Lo sostiene il Consorzio Venezia Nuova: «Città salva in caso di marea eccezionale» Il Comune: «Lo Stato ci dia i 50 milioni della Legge Speciale per la manutenzione» VENEZIA. Se fosse stato già in funzione il Mose, Venezia in questi giorni sarebbe rimasta all'asciutto. Lo sostiene il Consorzio Venezia Nuova, il concessionario che sta eseguendo il sistema di dighe mobili alle bocche di porto della Laguna, che secondo gli ultimi aggiornamenti, dovrebbe entrare in funzione nel 2016. «In questi giorni - evidenzia il Consorzio in una nota, rifacendosi indirettamente alle ripetute richieste del Comune al Governo di finanziamenti anche le manutenzione della città, oltre che per le dighe mobili - si è visto come i finanziamenti per il Mose siano in realtà finanziamenti per Venezia. Basta rilevare il degrado a cui è sottoposta la città quando è sommersa da maree continuative di medio alto livello». Con il Mose in funzione, prosegue il Consorzio, «mercoledì 31 a fronte di una previsione di acqua alta per le ore 23.45 di 140 centimetri, di una permanenza della marea per tutta la notte sopra i 110 e di un successivo colmo alla mattina di giovedì attorno ai 140, l'innalzamento delle paratoie sarebbe avvenuto alle ore 20, quando in laguna ci sarebbe stato un livello di 65 centimetri. Le paratoie sarebbero rimaste alzate per 17 ore e abbassate intorno alle 13.30 del giorno successivo». Il livello di 65 centimetri in laguna, ricordano i vertici del Consorzio, è previsto dalla procedura cautelativa di gestione del Mose in occasione di eventi eccezionali, così da mantenere un invaso adatto a contenere per molte ore lo svernamento dei fiumi in laguna, la pioggia e l'acqua che entra tra una paratoia e l'altra. Nelle peggiori condizioni meteo il livello può aumentare fino a 30 centimetri, rimanendo quindi sotto la quota di salvaguardia. Secondo il Consorzio, anche in occasione dei due "colmi" di acqua alta, nella tarda serata di mercoledì (143 centimetri) e nella mattinata di giovedì (135), con un livello di marea in laguna intorno ai 90 centimetri, l'entrata in funzione del Mose avrebbe fatto sì che «piazza San Marco avrebbe avuto poche polle d'acqua solo intorno alle forme al centro della piazza, mentre la riva sul bacino non sarebbe stata sormontata». «Per anni - conclude la nota del Consorzio - è stato dato il limite a cui doveva entrare in funzione il Mose: 110 centimetri. Questo non è un vincolo dell'opera, ma un livello concordato tra istituzioni: per limitare il numero di chiusure tra mare e laguna, e per stabilire un livello oggettivo di salvaguardia per chi avesse dovuto intervenire con ristrutturazioni e restauri o rialzo di rive e fondamenta in attesa che fosse completata l'opera. La gestione flessibile del Mose consente di fronteggiare tutte le maree, eccezionali e più frequenti». Ma sulla situazione di difficoltà sul piano della manutenzione della città in cui essa viene lasciata dal Governo - Mose a parte - è invece molto critico l'assessore comunale ai Lavori Pubblici Alessandro Maggioni. «Il Governo deve darci i 50 milioni di euro di Legge Speciale già decisi da tempo - ricorda - e senza i quali il Comune sarà costretto a uscire dal Patto di Stabilità, che l'esecutivo ci impone, proprio per le inadempienze di Roma. È una situazione assurda, perché senza quei soldi ci troveremmo nelle condizioni di non assicurare neppure la minima manutenzione della città, dai canali alle rive, che è indispensabile. I turisti allora verrebbero a visitare nei prossimi anni una città che crolla. Che a Roma, da Passera in su, qualcuno ci pensi».