Guerzoni: artigianato stile Londra, commercio modello Parigi Facciamo i conti con la realtà: il turismo di massa non si può fermare. Però possiamo dare alternative di qualità Un museo delle arti minori, dove oltre ad acquistare si può partecipare anche alla creazione del prodotto Fornai, calzolai e pizzicagnoli come le farmacie: uno ogni tot abitanti, in Francia funziona così Il suo ragionamento parte dalle esperienze dei Paesi stranieri, Francia e Inghilterra in testa, e riporta a Firenze delle soluzioni plausibili per uno sviluppo economico e culturale in linea con la tradizione. Lui è Guido Guerzoni, si occupa da vent'anni di economia e gestione dei beni e delle istituzioni culturali e insegna alla Bocconi di Milano, dove è responsabile del corso Cultural heritage and Art Markets nella laurea specialistica in Economics and Management in Arts, Culture, Media and Entertainment. Lunedì alle 17 presenterà, per Florens, al Salone dei Dugento, la sua ultima ricerca sui festival culturali italiani, uno studio sul loro impatto in termini di ricchezza e sulle loro potenzialità di crescita, ma qui riflette con noi su come trasformare l'immenso patrimonio della città d'arte italiana per eccellenza, in un trampolino di rilancio economico e non solo. Professore, da tempo Firenze fa i conti con un turismo di massa che non porta nessuna ricchezza alla città, anzi la impoverisce massificandola. Cosa si può fare per invertire la tendenza e valorizzare la sua vocazione artistica e culturale? «Per prima cosa bisogna fare i conti con la realtà: il turismo di massa non si può arrestare. Io vivo a Venezia, dove succede esattamente quello che accade da voi. La middle class dei Paesi del Bric è sempre più numerosa. Non puoi impedirgli di vedere Venezia e Firenze». Quindi dobbiamo rassegnarci alla città dei souvenir, delle pizze a taglio e dei grandi magazzini e abbandonare il sogno della città dei mestieri e della bellezza? «Assolutamente no, bisogna accettare lo stato dell'arte e fare delle politiche che puntino sulla valorizzazione del centro storico, riportandoci a vivere i fiorentini e gli artigiani ma senza nostalgie passatiste. Si può fare, basta avere un'idea chiara della città». Da cosa partire? «Il grosso problema sono le attività economiche che metti in centro. Bisogna evitare che la città si appiattisca in termini di licenze commerciali. Non assecondare gli istinti più bassi. Molti laboratori di artigianato, penso a quelli dove si fondono i metalli o si lavorano le pelli, sono stati costretti a lasciare i fondi del centro per ottemperare alla normativa sulla sicurezza nel posto di lavoro. I costi di adeguamento sarebbero stati troppo alti e così gli artigiani sono andati via. Tra l'altro gli affitti sono aumentati moltissimo. Le piccole botteghe non ce la fanno più a tenere il passo e vanno in periferia o chiudono. Ma invertire la tendenza si può». Come? «E interessante l'esperimento che stanno facendo a Parigi da quattro anni a questa parte. Hanno approvato una normativa per contingentare le licenze commerciali alle grandi catene come HM e Zara. Sono partiti dagli Champs-Elysées e pian piano stanno applicando lo stesso regolamento ad altre zone della città. Con il solito sciovinismo francese hanno cercato di non rassegnarsi all'appiattimento globale». Basta questo? «No, ma il modello francese ci viene incontro con un altro provvedimento. Da tempo in Francia hanno riconosciuto un grandissimo valore alle tradizioni artigianali, finanziando lautamente le scuole di formazione, dando contributi alle attività commerciali del settore, e conferendo ai professionisti del fatto a mano, soprattutto quelli che producono prodotti di lusso, un riconoscimento sociale altissimo». Torniamo a Firenze, come si traduce tutto questo nella nostra città? «Perché non fare un censimento degli esercizi storici fiorentini, di quelli che hanno una valenza sociale e che fanno tessuto urbano e regolarne la loro presenza sul territorio?». Ci spieghi meglio. «Pensi alle farmacie, la loro apertura in città è regolamentata dai Comuni, in qualsiasi città è necessario che ce ne sia una ogni tot abitanti. La stessa cosa bisognerebbe fare con il panettiere, il calzolaio, il venditore di detersivi, il pizzicagnolo, il verduraio, il pescivendolo. Tutti quei negozi di cui ci serviamo ogni giorno, indispensabili per i residenti. Per loro, come in Francia, dovrebbero esserci affitti calmierati. Come per gli artigiani. Le città vanno amministrate applicando delle regole. E se per vent'anni abbiamo pensato che bisognava sviluppare, anche in termini architettonici, le periferie, ora l'Italia è pronta per invertire la tendenza». Così si salverebbero i mestieri d'arte? «Si darebbe una buona occasione di sviluppo ai laboratori artigiani. Che però dovrebbero adeguarsi alle richieste della gente che non vuole solo comprare il fatto a mano ma anche partecipare alla sua fattura. I laboratori dovrebbero avere un forte aspetto performativo, la gente dovrebbe poter non solo acquistare ma vedere come lavora l'artigiano». Un'idea forte per Firenze? «Un museo delle arti, cosiddette minori, artigianato e design. Esattamente come hanno fatto a Londra con il Victoria Albert Museum, che ha una collezione permanente ricchissima e che organizza mostre straordinariamente moderne ma legate alla tradizione del bello, del lusso, del cinema. Firenze è ancora una città in cui il saper fare, il sapere della mano resiste, basta proteggerlo e valorizzarlo, e poi lasciare fare al corso della storia. Senza opporsi al flusso dei turisti da crociera, ma offrendo delle alternative di qualità».