I media locali di recente hanno dedicato non poco spazio ai più diversi aspetti della cultura oggi (cultura come conoscenza, cultura come educazione, cultura come motore dell'economia). Bologna sta vivendo un momento, a mio modo di vedere per più versi travagliato, ma al tempo stesso carico di potenzialità e di grande interesse; la faticosa messa in campo del Piano strategico metropolitano avverte il bisogno di immaginare insieme quale potrà essere in concreto il futuro di Bologna nei prossimi venti anni. La vita difficile del teatro più glorioso e importante della città, la storica sala del Bibbiena, il Teatro comunale, di cui ricorre nel 2013 il duecentocinquantesimo anniversario della nascita, anniversario per il quale nel momento in cui scriviamo non si conoscono ancora con quali risorse quella data inaugurale (1763) con Il Trionfo di Clelia di Gluck verrà ricordato. Ancora: il problematico ritorno sulla scena del teatro Duse, grazie a una cordata di imprenditori e uomini di teatro, la ripresa del teatro delle Celebrazioni e vai dicendo. Tutto ciò non ha impedito a Renzo Piano, a Claudio Abbado e a Roversi Monaco di rilanciare, come si sa, l'attenzione della città sul progetto di un nuovo auditorium, alla cui realizzazione il Comune ha dato il proprio consenso. Il progetto di Renzo Piano ha suscitato, come sappiamo, reazioni diverse, le più disparate e di consenso e di dissenso. Va dà sé che l'effettiva presa in considerazione della costruzione di un nuovo Auditorium non deve essere adottata a scapito di altre Istituzioni culturali; comprendiamo le preoccupazioni del Teatro comunale e di altre istituzioni teatrali e musicali. Diciamo subito che l'intervento pubblico nel settore della cultura e dello spettacolo è indispensabile: non si può tuttavia non sottolineare come sia in corso da qualche «anno il tentativo non riuscito di riformare i meccanismi di finanziamento e di gestione attraverso un coinvolgimento di soggetti privati e ciò al fine di reperire risorse che integrino gli indispensabili sussidi pubblici e pratiche gestionali più efficienti». A questo riguardo, a voler ascoltare alcuni ragionamenti, una delle maggiori preoccupazioni sembra essere che i privati gestiscono le attività col solo obiettivo del profitto. Ragionamenti non condivisibili: la crisi di risorse pubbliche, l'entità pubblica e privata del patrimonio culturale rende necessario l'intervento privato accanto a quello pubblico nel sostegno delle spese di tutela e valorizzazione dei beni culturali. Il Piano strategico metropolitano di Bologna nella sua realizzazione non potrà non tener conto di questo: della necessità di ricevere le risorse finanziarie anche dai privati. Per esempio un'impresa che «finanzia un'istituzione culturale per puro mecenatismo, per il desiderio di contribuire al bene comune». Bene comune per esempio è la biblioteca; bene comune è il museo; bene comune è il teatro. È sempre assai forte la convinzione che cultura e arte siano soprattutto dei buchi che consumano risorse scarse senza produrne altre. Non si tiene conto invece che la produzione culturale come ha più volte sottolineato l'economista Pier Luigi Sacco è nell'ambito del terziario avanzato tra i comparti più remunerativi, con un fatturato pari al doppio di quello delle aziende automobilistiche. Ancora: concordo con quanto scritto da Roberto Camagni (Corriere di Bologna del 12 ottobre) quando sostiene che il Piano strategico «non è un piano da realizzare col solo bilancio del Comune. E un portafoglio di progetti che devono cercare il loro management e il loro finanziamento che in larga misura sarà privato». Pur rimanendo particolarmente significativo l'intervento dello Stato non si potrà, dunque, non fare ricorso al privato: in Francia, per esempio, che è il paese europeo che più di ogni altro riserva alla cultura una quota rilevante del proprio bilancio, si stanno sperimentando forme di azionariato assai diffuso, per esempio con circa 7000 membri la Societé des Amis du Louvre è secondo Marc Fumaroli «il principale mecenate privato con una media di 4 milioni di euro all'anno» con la possibilità di detrarre dalle tasse il 66 di quanto donato al museo. Se bene comune è la biblioteca, se bene comune è il museo, bene comune è il teatro, allora la «cultura ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare in termini positivi». Biblioteche, musei, teatri hanno bisogno di coloro che investono capitali nelle fondazioni culturali. Questi investitori non sono, come ancora da qualche parte si continua a ritenere, una minaccia ma una opportunità; al fine di coltivare non solamente il conto economico, ma anche con lo scopo di coltivare, di scoprire nuovi pubblici. Aggiungo che la cointeressenza del privato (fondazioni bancarie, imprese, camere di commercio) può portare all'incentivazione di una gestione più corretta e di una crescita rigorosa.
Bologna. Il ruolo dei privati. La cultura che verrà
Il teatro comunale di Bologna sta vivendo un momento difficile, con la storica sala del Bibbiena che non ha ancora trovato una data per il suo duecentocinquantesimo anniversario. Tuttavia, il Comune ha dato il proprio consenso al progetto di un nuovo auditorium, progetto che ha suscitato reazioni diverse. Il teatro comunale e altre istituzioni culturali hanno preoccupazioni sulle risorse finanziarie, ma l'intervento pubblico è indispensabile. Il Piano strategico metropolitano di Bologna deve tener conto della necessità di ricevere risorse finanziarie anche dai privati. La produzione culturale è un settore remunerativo e può essere sostenuta con investimenti privati. Il privato può essere un'opportunità per la cultura, non una minaccia.
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