Per gli agrigentini è il primo tra i "Luoghi del cuore", i monumenti che, attraverso i consensi dei cittadini, il Fai porta all'attenzione nazionale per il recupero, ma l'ex carcere di San Vito è ancora chiuso. Il problema è, manco a dirlo, di natura sostanzialmente burocratica, o comunque, amministrativa. Il bene, chiuso tra gli anni '90 e il 2000 è infatti di proprietà del demanio dello Stato. Per far si che si possa iniziare ad intervenire su di esso, pensando a progetti di recupero e al successivo affidamento, è però necessario che venga ceduto al demanio regionale. Più facile a dirsi che a farsi, soprattutto perché, sebbene lo stato in tempi di crisi non abbia grossi timori a "sbolognare" ad altri una struttura tanto grande, più cauta è stata la Regione Sicilia, che si è posta grossi dubbi sulla gestione futura e sui costi di riapertura di un bene tanto ampio e tanto composito (al suo interno, infatti, trova spazio un convento del 1400 di architettura chiaramontana costruito dal beato Matteo Cimarra). L'ex assessore ai Beni culturali, Gaetano Armao, si era pronunciato sulla vicenda, garantendo che, come era già stato fatto per altre strutture, anche per l'ex carcere si sarebbe provveduto a richiedere allo Stato la cessione. Un iter che era ad un buon punto, ci confermano, ma che è stato bloccato dal rimpasto di Giunta regionale prima e poi dalla caduta del Governo Lombardo. E adesso? "Il nostro interesse primario - ci spiega il capodelegazione Fai di Agrigento Giuseppe Taibi - è innanzitutto quello di dialogare con la nuova Giunta regionale affinché si riprenda, al punto dove è stato lasciato, il confronto. Come Fondo italiano per l'ambiente poi continueremo a tenere i riflettori accesi, perché sappiamo che solo grazie ad iniziative come le 'Giornate di primavera' è possibile mantenerne una fruizione, seppur marginale, e quindi tenere alta l'attenzione". Rimane il problema di cosa farne, come recuperarlo e con quali soldi. Le idee non sono mancate in passato. Gioacchino Schicchi 03112012