Un rapporto che diventa sempre più importante e fondamentale. I beni culturali sono modelli non solo identitari ma anche di trasmissione di civiltà, di storia, di valori. Proprio per questo il rapporto comunicazione-cultura crea delle interazioni che passano attraverso modelli di conoscenza e di consapevolezza sul piano non solo scientifico ma soprattutto didattico. "Comunicare con il museo" è anche il titolo di un interessante libro di Francesco Antinucci (Laterza) che pone in evidenza proprio questo rapporto grazie ad esperienze e forme di dialettica che invitano ad una riflessione sulla capacità del museo nello sviluppo di raccordi massmediologici nella società dei nuovi saperi il museo, d'altronde, deve essere uno strumento di comunicazione. Un presupposto per ripensare il ruolo dei musei archeologici nazionali (entriamo in un esempio specifico) attraverso alcune coordinate istituzionali Occorre necessariamente rilanciare un discorso articolato sulle problematiche riferite ai beni culturali con particolare interesse al ruolo dei musei. I musei non sono, non possono essere, depositi di storia e di memoria soltanto. La valorizzazione e la promozione della cultura (direi delle culture) passano, inevitabilmente, attraverso una funzione che i musei devono poter svolgere all'interno dei tenitori. Mi riferisco ad una autonoma gestione, ad una proposta più ampia della produzione culturale, ad un raccordo con le culture altre che vivono nel contesto dove si opera, ad un più incisivo raccordo con gli Enti locali, ad una costante offerta di interventi culturali. Un museo (entro nel campo di quello archeologico e d'ora in poi i riferimenti sono rivolti al settore dell'archeologia) ormai non può essere considerato l'emblema dell'esistente o del materiale che custodisce nei depositi o semplicemente del materiale che pone in esposizione (quando si tratta di una struttura aperta). Deve essere molto di più. D'altronde il Codice che disciplina la materia dei beni culturali nasce anche all'insegna di un raccordo tra tutela valorizzazione, promozione e investimento. Altrimenti non avrebbe senso il legame (se pur nell'etimologia) tra il bene in sé e le attività culturali. Proprio per questo credo che bisogna sollecitare, a livello nazionale e ministeriale, un discorso "liberale" sulla gestione dei musei, in quanto laboratori permanenti di cultura. I musei per continuare a vivere, devono produrre cultura, proponendo una progettualità che sia in grado di passare attraverso alcuni parametri che hanno come riferimento almeno tre elementi: la risorsa potenziale, lo sviluppo economico, la ricaduta sul turismo. Considero il museo una realtà viva e costantemente in itinere. Non una realtà morta. Non si può parlare di cultura tout court quando gli strumenti reali della cultura non svolgono, nella loro fattispecie e specificità, un caratterizzante modello sul territorio. Un altro aspetto riguarda la capacità pedagogica dei musei. È pur vero che tali strutture sono i depositari dell'arte e della storia (e quindi della civiltà delle epoche e dei popoli) ma questi simboli del Tempo devono essere letti in termini di comprensibilità da un pubblico vasto e non soltanto da addetti ai lavori. Non bisogna dimenticare che c'è una significativa frequentazione dei musei da parte di una fascia scolastica che va invitata ed "educata" al rispetto del bene culturale, la quale chiede però sempre nuove risposte sul piano della comprensibilità dei percorsi e degli itinerari storici e artistici che sono presenti all'interno dei musei. Sarebbe necessario che il ministro e il ministero, nelle varie competenze e dipartimenti e direzioni, facessero uno sforzo ulteriore nel campo della gestione museale. Ovvero che si separi le Soprintendenze dai musei (mi riferisco, in questo esempio, ancora al caso dell'archeologia) al di là di proposte di Legge o di organismi che potrebbero sancire l'autonomia dei musei con l'apporto di Fondazioni ed Enti locali. Un conto è lavorare su un'area archeologica con degli apparati scientifici e con strumenti di una ricerca sul campo, un fatto completamente a sé è gestire un museo all'interno di una città e di un territorio. Il direttore di un museo deve poter avere compiti ampi e autonomi proprio in virtù di quelle realtà sanate dal Codice che sottolinea l'importanza della valorizzazione e della fruizione. Un archeologo da scavo (ovvero che fa ricerca sul campo) non può avere quelle funzioni e quelle esperienze (non per responsabilità sue ma per modelli formativi precisi) che dovrebbe avere una professionalità che promuove gli atti della cultura. Un museo ha bisogno di capacità manageriali, altrimenti viene meno il raccordo tra cultura, economia e turismo, il tutto in un insieme che presume la valenza di una attività che sia produttiva. Se un museo non viene frequentato o se la frequentazione è limitata diventa una struttura a perdere. È vero che costituisce uno strumento della cultura (e quindi della civiltà nella sua tradizione e conservazione) ma è anche vero che un museo è un investimento e quando un investimento non risulta vincente (meglio produttivo) lo si dovrebbe chiudere. È una riflessione che non può cadere nel vuoto. Anzi, mi auguro che la politica si faccia interprete di questa proposta e apra una verifica sulla questione. I musei che non hanno una reale ricaduta sul territorio (o i musei che da anni sono chiusi o semi aperti o non svolgono funzioni di immagine, di rilancio, di presenza culturale attiva) che senso ha continuare a considerarli tali? I musei (e ancora una volta insisto su quelli archeologici) devono vivere di vita propria e tanto meno (o tanto più) un soprintendente, pur nella sua autorevolezza, potrà svolgere compiti di soprintendente e nello stesso tempo svolgere le funzioni di direttore del museo. Bisogna ottimizzare il dato. Io pongo con forza questo problema e lo pongo ad un governo di Centrodestra che ha finalmente elaborato una normativa ma che deve riconsiderare, soprattutto, la gestione (in questo settore) dei musei in un'ottica valorizzante e di promozione del bene. In realtà bisognerebbe fare in modo che i musei stiano direttamente alle dipendenze della Direzione generale del ministero (o delle Direzioni regionali) e che il direttore del museo venga nominato (con compiti di ampia autonomia sul territorio in termini, chiaramente, di progettualità culturale) direttamente dal ministero come sede centrale. I musei sono musei nazionali pur ricadenti in un determinato territorio. Il direttore di un museo dovrebbe poter stabilire un rapporto immediato con le politiche culturali del ministero. In quanto, come già sottolineavo, deve trattarsi di una professionalità che deve rispondere a un profilo sia di ordine culturale sia per capacità ed esperienze gestionali nel settore della promozione, dell'elaborazione, dell'attività delle culture. Altrimenti non si rafforza quel rapporto-dialogo tra il bene culturale e le attività della cultura inteso come modello di promozione e investimento. I musei sono strutture pubbliche e statali (quelli ai quali mi riferisco) e sarebbe giusto che si facesse un intervento di questo genere. Chi produce cultura, chi lavora su una progettualità che deve diventare investimento, chi crea un diretto contatto con il pubblico e visualizza un impatto sul piano anche dell'immagine è il museo non la Soprintendenza, la quale ha ben altri importanti compiti. Ed è necessario che il museo abbia la sua efficace autonomia proprio per le cose dette prima. La gestione di un museo comporta un'organizzazione che passa attraverso una politica culturale, che deve rispondere, non solo sul piano scientifico, alla politica culturale del ministro e del ministero perché rappresenterebbe la vera emanazione di un'idea portante che pone in essere, non solo l'atto amministrativo o (nuovamente) scientifico, un indirizzo politico consolidato a livello centrale. Non vado oltre. Concludo con una cesellatura. Cultura e investimento: credo che sia un fatto sul quale occorre spendere una ulteriore meditazione proprio in virtù delle sollecitazioni avanzate in relazione ad una analisi tra costi e benefici (ovvero tra cultura e produttività della cultura) che riguarda il ruolo dei musei statali in Italia.