Il primo convegno di Florens 2012 sarà dedicato domani al «Made in Italy e il capitale culturale». Nell'occasione sarà presentato «Il Manifesto per una costituente della Cultura». Manifesto promosso dal Sole 24 Ore il 19 febbraio scorso, che si proponeva come punto di convergenza di un dibattito ravvivato dalle speranze riposte nel governo Monti per una svolta nella politica culturale e metteva a fuoco cinque punti per una «Costituente della cultura», che avrebbe dovuto avviare un circolo virtuoso di lungo periodo tra ricerca, università, scuola, per lo sviluppo della cultura artistica e scientifica, ritenuto essenziale per la rinascita, anche produttiva, del nostro Paese. Difficile dire che il circolo virtuoso sia stato avviato, nonostante il grande sforzo di discussione, l'adesione convinta di migliaia di intellettuali e operatori culturali, e il coinvolgimento formale delle massime istituzioni nazionali, a partire dal Presidente della Repubblica Napolitano, dai ministri dei Beni culturali Ornaghi, dello Sviluppo economico Passera e dell'Istruzione, Università e Ricerca Profumo. Armando Massarenti, responsabile dell'inserto domenicale del Sole e tra i più attivi promotori del Manifesto, farà il punto su obiettivi e risultati. Conosciamo bene i primi, non abbiamo visto i secondi. Eppure tutti sembrano convinti che in Italia sulla scommessa del rilancio della cultura, scientifica, tecnologica, artistica, paesaggistica, e anche materiale e gastronomica, si gioca una delle possibilità, se non la principale, per l'uscita dalla crisi. Tutti concordano sui dati: per ogni euro investito in cultura se ne producono venti, la spesa pubblica italiana per la cultura è tra le più basse d'Europa (un miliardo e ottocentomila euro a confronto degli 8 miliardi e mezzo della Francia), mentre i settori produttivi culturali e creativi risultano attivi e in espansione, partecipando con il 4,9 al Pil e raccogliendo il 5,7 degli occupati. Perché allora il motore non parte? Intanto si tratta di capire questione enorme chi deve spendere e per che cosa. Il progetto complessivo di una politica culturale non può che partire dallo Stato e dalle istituzioni, e quindi da investimenti pubblici: soltanto nel quadro di un progetto complessivo e convinto promosso dalla classe politica, la frammentazione delle numerose attività private troverà un terreno comune e un impulso alla crescita. Secondo Pier Luigi Sacco, economista specializzato in «economia della cultura», la classe politica non crede alla centralità della cultura, perché essa si scontra con le convinzioni profonde e radicate (e forse anche con la sua formazione, spesso poco culturale) che negano l'evidenza di quei dati sopra riportati. Ma il problema è anche quello di decidere per che cosa spendere. Anche qui siamo tutti concordi nel criticare lo sperpero di denaro per iniziative culturali discutibili e soprattutto questo dovrebbe essere un criterio forte di valutazione che non «producono cultura». Abbiamo indicatori abbastanza oggettivi per scoprire che in Italia c'è un forte analfabetismo di ritorno negli adulti, molto più alto che in altri Paesi europei, che gli studenti sono agli ultimi posti nella conoscenza della matematica o della lingua inglese, che ancora sotto la media europea è la diffusione di internet. Non è soltanto un problema della scuola e dell'università. In Italia soltanto il 20 della popolazione adulta partecipa ad attività educative, dinanzi a circa il 50o della media europea. Sembrerebbe evidente che abbiamo bisogno di un impegno politico convinto e di lunga durata e di una valutazione efficace dei risultati. Non è facile, ma se non agiamo in questa direzione i nostri figli vivranno nel sottosviluppo, non soltanto culturale.