PISA. La legge di cui dovrà discutere la Camera entro pochi giorni lascia intravedere un quadro a tinte fosche, soprattutto in quelle regioni d'Italia dove i beni artistici non sono ancora ben catalogati e definiti, in un contesto in cui la politica culturale del governo naviga a vista in un mare di ristrettezze economiche e di contraddizioni. Perché se da un lato le funzioni di controllo degli organismi statali sono decapitate, al tempo stesso il governo aumenta il numero delle Soprintendenze, come nel caso toscano. «La legge, di per sé, non sarebbe sbagliata» dice la dottoressa Burresi della Soprintendenza di Pisa «se non fosse che manca il personale, al punto che qualche volta dobbiamo tenere a contratto dei pensionati per avere alcune consulenze». E' quel che dice anche Settis, che parla di «funzionari di altissima qualità, che sulla base di una legge dello scorso agosto avevano dichiarato la loro disponibilità a rimanere in servizio per alcuni anni e che sono stati messi alla porta poche settimane fa». Il direttore della Normale fa anche alcuni esempi, tra cui quello di Maria Augusta Timpanaro dell'Archivio di Stato di Pisa e di Annamaria Petrioli Tofani degli Uffizi di Firenze. La dottoressa Tofani non parla del suo caso, ma si associa all'allarme di Settis: «Si è persa - spiega - la percezione del patrimonio artistico nazionale come identità della natura e della personalità dell'Italia. Si stanno vendendo i gioielli di famiglia ed è come se ci tagliassimo le possibilità di respirare. Si sta correndo dietro ad una modernizzazione e una monetizzazione che avranno conseguenze nefaste. E questa diffusa noncuranza dell'immagine culturale, che di per sé sarebbe già insopportabile, ci toglierà grandi risorse anche sul piano del ritorno economico». La legge estende la "Dia", acronimo che sta per dichiarazione di inizio attività, una sorta di autocertificazione dei proprietari, ai beni sottoposti al vincolo artistico e architettonico. «Con le Soprintendenze ridotte come sono - dice la dottoressa Tofani - il silenzio delle amministrazioni probabilmente non sarebbe dettato da una scelta, ma dall'impossibilità di intervenire entro il limite dei due mesi. Dunque si vuole sottrarre alla legge una materia così delicata e importante per lasciarla gestire al buon senso degli individui. Il Codice Urbani è già abbastanza liberista, ma introdurre il silenzio-assenso vorrebbe dire rovesciare i termini del problema e vanificare ogni controllo».