Dico sempre che il paradiso deve essere una specie di Bargello simile ad una grande bottega di antiquario Continua il nostro viaggio "confidenziale" nelle abitazioni dei personaggi fiorentini. Tutta la settimana a Roma. E poi il fine settimana via di corsa a casa. In viale Vaticano 94 si sveglia con il profumo del caffè preparato dalle suore del Pio Istituto Sacra Famiglia, attraversa la strada e si siede sulla tolda di comando dei Musei Vaticani che dirige dal 2007. A Firenze, in via Montebello, è la bella moglie Giulia sposata nel '66 a prendersi cura di lui. A preparargli i risotti e a riempire il frigo. Antonio Paolucci, classe 1939, romagnolo di Rimini, laureato a Firenze nel 1964 con Roberto Longhi, ha ricoperto tutti gli incarichi più prestigiosi che uno storico dell'arte potesse desiderare: per ricordarne alcuni, sovrintendente a Venezia, Verona, Mantova, Firenze, sovrintendente dell'Opificio delle Pietre Dure, ministro dei beni culturali col governo Dini e commissario straordinario per il restauro della Basilica di Assisi. La sua casa è a dimensione del suo gusto, delle sue passioni e della sua vita trascorsa in mezzo ai capolavori. La moglie, anche lei storica dell'arte, è la vera regina e regista di un ambiente dove antichi tappeti cinesi sono abbinati con estrema raffinatezza alla scagliola dei tavolini, i vetri antichi dialogano con i dipinti di ogni epoca e soggetto, sacro e profano. E dove i libri, a migliaia, ricoprono gran parte delle pareti. Il vero padrone della casa è comunque Platone, riservatissimo gatto dall'elegante pelo grigio fumo, che si fa vedere un attimo e poi scompare infastidito. Professore, dopo tutti i musei che ha visto e diretto, qual è quello del suo cuore? «Il Museo del Bargello. Dico sempre che il paradiso deve essere una specie di Bargello, più grande ma più o meno a quel modo, come una bottega d'antiquario che dà la pluralità delle emozioni che vengono dai dipinti, dalle sculture ma anche dalle stoffe, smalti, vetri, ambre... Forse amo quel museo anche perché è lì che ho avuto il primo incarico da ispettore all'età di 29 anni». O forse perché anche suo padre era antiquario. «Sì è vero, vengo da una famiglia di antiquari, antiquari di provincia degli anni '50 a Rimini, e ricordo ancora l'odore dell'antico, il fascino immenso che dà il contatto con le cose consumante dalle mani dell'uomo. Le cose non sono inanimate, ma parlano. Tutta la mia passione per l'arte è nata lì». Alimentata poi dai suoi studi. «Certo. Devo dire che sono stato fortunato perché ho avuto grandi maestri. Ho fatto l'università a Firenze quando si poteva scegliere se seguire la storia della filosofia raccontata da Eugenio Garin, le lezioni di filologia di Gianfranco Contini odi storia dell'arte di Roberto Longhi. Si può dire che Firenze era davvero l'Atene di Pericle». Le sarebbe piaciuto privilegiare di più l'insegnamento? «Forse. In ogni caso devo molto alla scuola. A soli 24 anni sono stato un insegnante precario della scuola media di Signa e dopo aver imparato a parlare a ragazzini di undici anni, a catturare la loro attenzione e ad affascinarli su argomenti come la storia o l'arte, poi tutto è stato più semplice. Ho capito che si poteva spiegare a chiunque le cose più complesse con parole semplici». La metto alla prova: ci spieghi perché Raffaello, come lei sostiene, è il più grande di tutti. «Le rispondo con le parole di Picasso, che di pittura se ne intendeva e che diceva: Leonardo ci promette il paradiso, Raffaello ce lo dà». Raffaello è il primo artista del suo cuore. Il secondo? «Ogni tanto gli faccio le coma con Velasquez». Il libro della vita? «Ce ne sono tanti... Però a Marchionne, con quella storia della Firenze piccola e povera, consiglierei Pinocchio. Lorenzini ha scritto un libro che ancor oggi rappresenta benissimo il nostro Paese, a cominciare da coloro che credono che si possano seminare gli zecchini nel Campo dei Miracoli. Fra i romanzi che -' più ho amato c'è poi II maestro e Margherita di Michail Bulgakov e poi quell'inesauribile capolavoro del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes». Un vizio? «Ogni tanto un toscano dopo cena. L'unico vizio che mi è rimasto è il lavoro. Ma io sono una persona molto fortunata: non so cosa sia la fatica del lavorare perché mi sono sempre divertito e ho sempre provato grande soddisfazione. Anche quando vengo a casa da Roma mi porto dietro il lavoro, cosa che fa imbestialire mia moglie...» La passione per l'arte ha contagiato anche suo figlio. «Già. Come atto di ribellione verso il padre, Fabrizio però ha fatto l'archeologo e adesso dirige il dipartimento antichità classiche degli Uffizi». Cosa cerca quando apre il frigo? «Acqua fresca... Fai vedere? Ah, ci sono i passatelli, buoni!» Ha fatto praticamente tutto. Lo farebbe il sindaco di Firenze? «In passato mi è stato chiesto. Ma credo di far bene quello che faccio e vorrei continuare col mio mestiere. Ora ad esempio sto seguendo un importante progetto per la messa in sicurezza della Cappella Sistina: con 5 milioni di visitatori l'anno servono sistemi capaci di neutralizzare i tanti agenti inquinanti». Di Renzi cosa ne pensa? «Gli sono grato di aver pedonalizzato piazza Duomo e di aver evitato che la tramvia passasse davanti alla Porta Nord del Battistero. E poi, mi piace la sua incursione nella vita politica nazionale che è servita a dare una scossa a un partito sclerotizzato come il Pd. Io comunque sono nato democristiano e morirò tale».
Antonio Paolucci, una vita per l'arte: Quando Firenze era l'Atene di Pericle
Antonio Paolucci, storico dell'arte e ex ministro dei beni culturali, parla della sua passione per l'arte e della sua vita trascorsa in mezzo ai capolavori. La sua casa a Firenze è un ambiente raffinato, con antichi tappeti cinesi, scagliola e dipinti di ogni epoca e soggetto. Il suo gatto, Platone, è il vero padrone della casa. Paolucci racconta la sua carriera, che ha iniziato come ispettore dei musei a 29 anni e ha ricoperto tutti gli incarichi più prestigiosi, tra cui sovrintendente a Venezia, Verona, Mantova e Firenze. Ha anche lavorato con il governo Dini e ha diretto il restauro della Basilica di Assisi.
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