Che cos'è la percezione del rischio? Se non la consapevolezza, almeno la conoscenza anche generica delle difficoltà in cui ci troviamo o potremmo trovarci in una determinata situazione. E tra tutti i possibili rischi in Campania c'è n'è uno che domina sopra tutti: il Vesuvio. Anche se il gigante cantato da Sergio Bruni riposa apparentemente tranquillo. Ricordo che qualche anno fa, in occasione di una ricerca, feci una indagine da cui risultò che nemmeno i più anziani avevano memoria delle eruzioni più recenti, per due semplici motivi: un po' perché si è trattato di eruzioni di basso grado, almeno secondo il parere dei vulcanologi, ma anche perché si sono sovrapposte alla seconda guerra mondiale e alla tragica esperienza dei bombardamenti. Nonostante questo, nella percezione comune dell'intera regione, la montagna di lava, come lo chiama Marcello Colasurdo in una famosa tammurriata, resta lo «sterminator Vesevo», "il" vulcano potenzialmente pericoloso che evoca immagini tragiche e scenari inquietanti. E infatti è a esso, al Vesuvio, che vengono dedicati i riti propiziatori di maggio nei paesi vesuviani, ed è sempre a esso che si pensa quando siamo in prossimità dello scioglimento del sangue: visto che quest'anno San Gennaro ha fatto un miracolo "svizzero" dal punto di vista della puntualità, si può ben sperare per il futuro almeno immediato delle sorti del Vesuvio. Ma proprio come San Gennaro è stato un santo "prepotente" nel senso che ha sgominato tutti gli altri patroni della città, così il Vesuvio domina incontrastato non solo nell'immaginario collettivo: con la sua ombra ha completamente oscurato gli altri vulcani campani, fino ad arrivare a diffondere quella strana quanto comprensibile sensazione che sia l'unico ed esclusivo vulcano attivo dal risveglio tanto possibile quanto pericoloso. E questo ha cancellato ogni altra attenzione verso altri possibili ed eventuali situazione a rischio. E infatti, proprio da questa prospettiva, con il Laboratorio di Antropologia Annabella Rossi dell'Università di Salerno, ho provato a fare un sondaggio. Sui Campi Flegrei. Ora, è risaputo che questi sono la terra dei bradisismi, che ha un suolo ballerino per eccellenza. Solo che a questa storia se ne aggiunge un'altra, quella della sottomissione al Vesuvio, appunto. Quando siamo stati nei vari luoghi dei Campi Flegrei a porre domande sul "rischio vulcano", tutte le risposte, come gli occhi delle persone, miravano al Vesuvio che viene immediatamente tirato in ballo. Nessuno che abbia guardato in basso, che abbia indicato quanto hanno sotto i piedi. Come dire: percezione del rischio? Zero. Innanzitutto manca la conoscenza di quanto avviene (innalzamento del suolo, fumarole in aumento). Ma questo non è tutto. In fondo, potrebbe anche darsi che si tratti di una delle più banali rimozioni che scattano davanti a situazioni a rischio. Oppure, visto che questa terra ha sempre ballato, il fenomeno viene semplicemente rubricato tra le stranezze locali, se non tra le sopravvivenze del passato, come le cento camerelle o l'antro della Sibilla. Infatti, quella dell'attrazione turistica è la spiegazione più diffusa: si ricorre al peso della storia che domina il paesaggio con l'archeologia ed è un po' figlia di quell'abitudine di vedere remissiva questa terra che fa sentire ai suoi abitanti il proprio respiro. Il tutto rende indulgenti le domande su quanto sta accadendo nel presente e porta a rimuove i problemi che ci sono dietro. Una sensibilizzazione rispetto a tutto questo sarebbe auspicabile se non indispensabile, non solo per la criticità dell'attuale situazione, ma anche perché le trivelle hanno cominciato a lavorare di "carotaggio" per valutarne i rischi: e niente di più facile, come è successo anche dopo il terremoto in Emilia Romagna, che qualcuno sostenga che la colpa di ogni eventuale sommovimento sia da ascrivere a queste iniziative che, nell'immaginario diffuso, sono andate a "sfruculiare" una terra svegliandola dal suo sonno, trasformando il suo respiro ballerino in un tragico colpo di tosse.