In Italia si inaugurano undicimila esposizioni l'anno. Mal scelte, mal allestite, disperse tra mille borghi. E spesso solo per vanità. Una volta le mostre erano occasioni eccezionali che riunivano opere impossibili da mirare tutte insieme se non in family reunion di capolavori separati da secoli e pedinati per anni. Oggi sono banalì ricorrenze quotidiane: in Italia se ne inaugurano almeno 11 mila all'anno (32 al giorno, una ogni 45 minuti), in 4 mila sedi disseminate in più di 1.500 centri urbani ed extraurbani, grazie all'opera di 30 mila curatori. Queste cifre non sono il frutto di stime a sentimento,ma scaturiscono da una ricerca rigorosa, condotta dalla Fondazione di Venezia per Florens 2012 e intitolata "Le mostre al tempo della crisi. Il sistema espositivo italiano negli anni 2009-201 1 ". A vedere i dati,che saranno illustrati alla Biennale internazionale dei beni culturali e ambientali di Firenze, a dispetto della crisi l'Italia c diventata un dispendioso mostrificio, mentre le sue istituzioni culturali non riescono più a rattoppare le già vistose pezze: mancano o sono rotti gli impianti di condizionamento (Torino e Firenze) e non ci sono soldi per finire gli ampliamenti (Venezia); proseguono i crolli (Pompei, Roma, Noto) e i pignoramenti (Reggia di Carditello); ai Girolamini impazza un delinquente, mentre al ministero per i Beni culturali imperano i commissari; si chiudono le biblioteche (Universitaria di Pisa) e non si aprono musei, ma alberghetti a ore. Così si "investono" centinaia di milioni di fondi pubblici in irripetibili "esposizioni di capolavori internazionali", mentre alla Reggia di Caserta arrivano a fatica 200 mila euro per la manutenzione straordinaria (circa un euro per ogni metro quadro di superficie lorda pavimentale) e a Firenze si lancia un appello per sostituire l'impianto di condizionamento dell'Archivio di Stato. Ma come è possibile che l'Italia stia dilapidando il suo patrimonio culturale alla roulette dell'evento one-shot, spesso letale? Nessuno vuole negare che gli eventi espositivi rappresentino un importante strumento di valorizzazione del patrimonio culturale: oggi le mostre sono indispensabili, una condizione necessaria e non sufficiente per sopravvivere; tuttavia la loro funzione è stata stravolta da una proliferazione grottesca,che solleva interrogativi del tutto leciti. Quante mostre si organizzano ogni anno? Quali sono i temi prevalenti? Quanto durano? In quali sedi vengono allestite? Quante gratuite o a pagamento? Quanti sono i visitatori e chi paga l'euforica mostramania? Domande banali, cui la ricerca della Fondazione di Venezia ha fornito risposte serie, esaminando gli eventi allestiti nel 2009 e nel 201 i presso strutture pubbliche e private non profit, con un criterio di scelta meramente quantitativo: il campione ha infatti rielaborato tutti i dati raccolti da Allemandi, UnDo.Net ed Exibart, accogliendo mostre faraoniche e minuscole, metropolitane e periferiche, costose e stentate, aperte un giorno e un anno. Sono state così censite 9.419 mostre organizzate nel 2009 in 1.548 differenti centri urbani e 3.876 diverse sedi espositive e 6120 mostre allestite nel 2011 in 911 centri e 2.767 sedi, rammentando che la contrazione registrata nel 2011 non è dovuta alla crisi, ma alla differente struttura del campione. Si tratta di una mania sconfinata: le regioni con il maggior numero di mostre nel 2009 sono state la Lombardia (1.776) e il Lazio (1.245), seguite daToscana (992), Emilia Romagna (861), Veneto (8 23) e Piemonte (731). Trend confermato nel 2 011, con la Lombardia (1.345) seguita da Lazio (954), Toscana (534), Veneto (439) e Piemonte (587). Agli ultimi posti le regioni meridionali, con numeri miserrimi: la somma di tutte le mostre organizzate nel Sud e nelle isole non raggiunge nel 2009 il totale di Roma (1.015) o Milano (1.001). Circa la distribuzione interna, a parte Lombardia, Lazio, Piemonte e Campania, dove i capoluoghi regionali totalizzano più del 60 per cento, nelle altre regioni la situazione è, nello squilibrio generale, più equilibrata: i casi più lampanti sono quelli dell'Emilia Romagna (nel 2009 sono state organizzate 50 mostre a Bologna e 811 negli altri centri) e della Toscana (339 contro le 168 di Firenze nel 2011), seguite da Sicilia, Puglia, Marche, Umbria,Trentino Alto Adige, Abruzzo e Calabria. Si programma poco e male, con forti oscillazioni dei livelli di offerta, non legati a disegni di distribuzione territoriale che armonizzino i flussi di visita. Ne conseguono rivalità da pianerottolo e affollamenti selvaggi: prendiamo in esame il caso di Sesto San Giovanni, l'ex Stalingrado d'Italia. Tracciamo un raggio di 42,195 km: risultano aperte più di 150 mostre al mese, 5 al giorno, roba da ironman trophies della critica (a quando l'X-Factor della curatela?), in cui gareggiano decine di migliaia di curatori. Alcuni di essi seguono più di 15 eventi al l'anno, uno ogni quattro settimane. Considerazioni analoghe riguardano le sedi: a fronte dei 4.210 musei censiti nel 2004 in Italia, tra il 2009 e il 2001 sono state rilevate più di 4 mila sedi espositive. Tuttavia, solo un terzo delle mostre è ospitato presso strutture museali (una percentuale molto più bassa che all'estero), laddove più del 60 per cento è allestito in spazi utilizzati solo per eventi temporanei. Quasi sempre edifici storico-monumentali, che presentano vincoli che rendono più costose e complicate tali attività. Assai sorprendente è pure l'esame dei temi espositivi, con il netto predominio dell'arte contemporanea (65,1 per cento del totale), seguita dalla fotografia (10,4), a sua volta tallonata da esposizioni documentarie, mostre di illustrazionegrafica e di arte moderna (scese nel 201 1 al 3,1 per cento), che continuano a diminuire insieme a quelle archeologiche e di arte antica, a causa degli alti costi di realizzazione e del disinteresse di buona parte del pubblico, segnatamente di quello più giovane, per cui in Italia si fa poco o niente. Veleggiano a fondo classifica Ie mostre dedicate ai temi scientifici e tecnologici, alla moda e al design, all'architettura e ai media, alla comunicazione e all'informazione, alle questioni sociali e di genere: purtroppo la cosa non desta stupore, in una nazione ripiegata da trent'anni nella scellerata contemplazione del proprio illustre passato, ma incapace di guardare senza terrore al proprio futuro. Va tuttavia precisato che l'etichetta di 'arte contemporanea" cela spesso la promozione di geni locali le cui produzioni sono lontanissime dai canoni e dalle prassi della scena globale: la "contemporaneirà" è certificata solo dalla permanenza in vita dei relativi autori. Così, nei mille borghi tricolori, vengono allestite migliaia di mostriciattole intese a celebrare misconosciuti talenti, in un tripudio di paesaggetti e marine, bestiole e mazzi floreali, albe e tramonti, cristi e madonne, che rallegrano i meriggi di amici e parenti. Il paradosso è che l'evento, per rimanere fedele alla sua effimera natura, spara le sue pirotecniche cartucce in pochissime ore: il 60 per cento delle mostre dura meno di 30 giorni: una moltitudine di nanomostre che oscurano le iniziative più serie. Per fortuna nove mostre su dieci sono a ingresso gratuito (quelle a pagamento erano il 12,1 per cento nel 2011 e il 10,3 nel 2009), altrimenti non basterebbe il reddito di una vita per godersi questo bendiddio e pazienza se diventa impossibile far apprezzare i prodotti di qualità: i taxpayers non si lamentano e i musei non hanno le forze per opporsi. Le serie storiche relative ai visitatori dei musei e delle mostre palesano infatti lo squilibrio creatosi tra i rispettivi tassi di crescita, al punto che oggi la toro relazione si sostanzia in un rapporto di tre a due, 60 contro 40 milioni circa e, salvo miracoli,è destinato a raggiungere presto il pareggio, anche se le fonti e i metodi di calcolo dei visitatori delle mostre (Artematica a Brescia docet) non brillano certo per trasparenza e affidabilità. Di là dalle battute, l'eccesso di offerta non assiste i processi di selezione dei soggetti più solidi e seri, né la maturazione del mercato, che non riesce a premiare i produttori più meritevoli. L'Italia avrebbe davvero bisogno di una salutare cura dimagrante: meno spazi effimeri e più strutture museali, meno quantità e più qualità, meno passato e più futuro, altrimenti continuerà a prevalere il blockbuster più burino, l'usato sicuro, l'assolo truffaldino, la civetta di cassetta, mentre mostre eccellenti passano inosservate, silenziate dalla profferta di mirabilie consacrate ad autori e temi estranei alla nostra tradizione culturale (in Italia si organizzano una cinquantina di mostre all'anno su impressionisti e post impressionisti, una alla settimana) e realizzate senza ricerche degne di nota e progetti culturali sensati, attenti alle esigenze di un pubblico meno ignorante e deficiente di quanto si pensi.