Intervista al soprintendente Luciano Marchetti «Uffici già in affanno per le cartolarizzazioni» All'esame del Parlamento sta per arrivare una legge basata sul principio del silenzio-assenso che nei fatti rischia di fare piazza pulita di tutti i vincoli di tutela sui beni culturali di proprietà privata. Chi vuole, potrà vendere e disperdere una preziosa collezione di dipinti o ristrutturare un palazzo storico a proprio piacimento, magari stravolgendolo. Tutto sarà possibile attraverso la Dia (Dichiarazione di inizio attività): basterà un'autocertificazione e se entro due mesi le soprintendenze competenti non avranno espresso un parere negativo, le carte saranno in regola. Finora da questa prassi erano esclusi i beni culturali. Se la normativa per la "Semplificazione della regolamentazione" - così si chiama - quest'eccezione sarà cancellata. Una possibilità duramente denunciata da Salvatore Settis, storico e archeologo, autorevole voce del mondo della cultura, con il quale si schiera anche il direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggìstici del Lazio, Luciano Marchetti. Professore, a cosa si va incontro? Se questa norma venisse approvata, non saremmo in grado di rispondere in tempi utili. Capisco la necessità del privato di avere tempi certi nell'avvalersi delle procedure, ma se lo Stato non può sostituire il personale che va in pensione, con il turn-over bloccato, il funzionamento degli uffici diventa ancora più affannoso. Tutti faranno quello che vogliono e non è accettabile. Va trovata una soluzione. E quale potrebbe essere? Definire i tipi di intervento, facendo una graduatoria e riducendo quelli possibili negli edifici sotto tutela. E trovare una soluzione amministrativa per potenziare il personale. Una rivoluzione rispetto a ciò che è stato fatto finora. Si, ma è l'unica cosa da fare se non si vuole che i tempi scadano sempre e che nessuno risponda in tempo utile. E cosa potrebbe succedere? Ad esempio, se ho una stanza decorata da affreschi e voglio ripulire la mia casa, faccio la Dia dicendo che la imbianco e gli affreschi spariscono. Se sono cattivo, posso anche rifare l'intonaco: quando l'amministrazione riesce ad intervenire, il danno ormai è fatto. Le problematiche del restauro sono troppo complesse per rientrare in una regolamentazione così generale. Inoltre i vostri uffici sono alle prese anche con altre pratiche su cui pende il silenzio-assenso. Infatti, siamo già in grande affanno per rispondere alla norma sulla vendita dei beni pubblici ricompressa nel Codice Urbani. Cosa in cui riusciamo a fatica. Se poi si sommano altre scadenze inderogabili... Sono molti i procedimenti daprendere in esame? Basta pensare che anche l'Ater ha la necessità di vendere e tutto passa attraverso le soprintendenze. E i funzionari sono sempre gli stessi. Bisognerebbe almeno poter ripartire il lavoro in temp più lunghi. Adesso quali sono le risorse di personale di cui disponete? Contando i funzionari di tutte le soprintendenze, nel complesso ce ne sono 22 per tutta Roma e 25 per tutto i Lazio, che si occupano delle pratiche che riguardano gli edifici. Ma quali sono i motivi che stanno dietro la nuova norma? Beh, è di iniziativa parlamentare e non governativa. Nasce per tutelare i diritti dei cittadini, ma finisce col non tutelare i beni culturali.