«UNA buona soluzione ». Angela Barbanente, assessore regionale all'urbanistica, "benedice" la proposta di trasferire gli uffici giudiziari nell'ex Manifattura dei tabacchi. L'amministrazione comunale ci crede e vuole provare a rientrare in possesso di tutto l'immobile, che attualmente è in parte di proprietà dell'Università. L'idea ha raccolto molti consensi e qualche critica. Nonostante i mugugni, soprattutto da parte di magistrati e avvocati, la responsabile regionale dell'urbanistica guarda con interesse al tentativo del Comune di dare consistenza all'operazione, peraltro sostenibile anche dal punto di vista economico. Professoressa Barbanente, perché l'idea dell'amministrazione comunale la convince? «Già alcuni anni fa, ci fu un tavolo tecnico fra Comune, Provincia e Regione, che si pronunciò per una diversa sistemazione degli uffici giudiziari, privilegiando il riuso di immobili e manufatti esistenti, largamente inutilizzati. L'ex Manifattura dei tabacchi è un esempio di archeologia industriale e, fra l'altro, è un edificio molto grande che occupa quattro isolati nel quartiere Libertà Oggi è anche difficile trovare una destinazione appropriata per quei manufatti. Serve una politica di recupero e di riutilizzo, altrimenti rischieremmo di abbandonarli ad un degrado irreversibile». Chi si oppone a questa soluzione teme che il quartiere Libertà, già congestionato dal traffico, diventi inaccessibile. Ritiene che il traffico sia un ostacolo insormontabile? «Non si può pensare di svuotare un quartiere, decentrando alcune funzioni, soltanto perché c'è il traffico. Piuttosto, bisogna cambiare il modo di usare la città, potenziando il trasporto pubblico e cercando di ridurre l'uso delle auto private. Se guardiamo alle città europee, notiamo che le zone storiche vengono vietate al traffico automobilistico e che vengono privilegiate le politiche di mobilità sostenibile. Il quartiere Libertà soffre indubbiamente di traffico, anche perché è una zona di penetrazione, attraverso arterie molto lunghe. Questi problemi, però, si risolvono creando parcheggi di scambio». I parcheggi di scambio a Bari ci sono. «La strada intrapresa è quella giusta, adesso bisogna lavorare in modo più spinto. Il quartiere Libertà ha bisogno di più aria pulita. Occorre trovare soluzioni per rendere più vivibili le aree già urbanizzate, non si può pensare che la soluzione sia quella di svuotarle perché sono congestionate dal traffico». A parte la valenza urbanistica, quale potrebbe essere la portata sociale di questa operazione? «Il quartiere Libertà ha bisogno di presidi, di punti di riferimento. C'è il rischio che la disattenzione e l'indifferenza lo facciano scivolare verso una situazione di degrado sempre più preoccupante. Invece, bisogna conservare un equilibrio armonico fra tutte le parti della città. Non si può non tenere conto del fatto, per esempio, che nel quartiere Libertà esistono funzioni e attività collegate alla presenza degli uffici giudiziari. Ci sono copisterie, bar, alloggi, studi professionali. Delocalizzarli significherebbe scivolare verso la desertificazione e il degrado». Il progetto della Cittadella della giustizia è ancora in campo. C'è un commissario ad acta che sta portando avanti l'iter di approvazione della variante urbanistica, ma c'è anche una procedura di infrazione aperta dalla Corte di giustizia europea contro l'Italia per violazione della normativa europea sulla concorrenza. Quella proposta è urbanisticamente sostenibile? «Non voglio pronunciarmi su quella proposta perché la richiesta di variante non è stata ancora esaminata dalla Regione. Fra l'altro, anche la giunta regionale dovrà esprimere un parere. Quindi, ogni cosa a suo tempo». Nelle grandi città europee si tende a recuperare o a delocalizzare le funzioni pubbliche e le attività quotidiane? «Non c'è dubbio che la filosofia prevalente sia quella del recupero. Ad Amsterdam l'operazione è stata fatta già negli anni '80, con un piano strategico la cui parola chiave era: "La città al centro». Di fronte allo svuotamento e all'abbandono dei quartieri centrali delle grandi città, caratterizzato anche dalla sostituzione di interi ceti sociali, c'è stata una proliferazione di residenti nelle periferie, legata soprattutto all'uso della automobili. Questo processo ha prodotto uno sviluppo urbanistico spesso disordinato». Tutta colpa delle auto, insomma. «L'automobile è stata una grande invenzione, ma ha anche generato sconquassi. Rendendo ciascuno più libero di muoversi, ha portato le città ad espandersi a dismisura. I governi devono prendere atto del fatto che quel modello è insostenibile dal punto di vista economico e sociale perché determina lo svuotamento di intere parti di città. Oggi, poi, quel modello è ancor più superato perché non ci sono più risorse sufficienti per provvedere alla manutenzione di città vaste e slegate urbanisticamente. Su questo l'Italia è in grave ritardo».