A via del Collegio Romano, nell'imponente ex convento dei gesuiti, si va profilando il nuovo volto di quel che sarà il Ministero per i beni e le attività culturali di Giuliano Urbani. Il ministro infatti sta disegnando» la mappa del dicastero chiamato a tutelare, gestire, valorizzare e, in teoria, difendere, la Venere del Botticelli, gli scavi archeologici, i progetti architettonici, insomma il patrimonio artistico del Paese, oltre che occuparsi dal 1998 di spettacolo e sport II titolare del ministero fondato da Giovanni Spadolini nel 1975 procede con riservatezza sulla scorta della delega alla riforma del ministero approvata il 6 luglio del 2002. Ma un quadro attendibile della nuova veste del ministero ora si intravede. L'architettura generale è disegnata. Fatto salvo che variazioni e aggiustamenti di tiro sono da mettere in conto, fatto salvo che siamo ancora alle bozze e quindi nulla di ufficiale è stato diramato, il ministero targato Urbani non sembra per ora destinato a una gran rivoluzione. Magari un po' più centralista, questo sì. Per iniziare, dal nuovo organigramma sparisce il segretariato generale, l'ufficio che ha come primo compito quello di occuparsi del personale, dei corsi di formazione, dell'aggiornamento, dei rapporti con enti locali e imprese. L'attuale responsabile dell'ufficio, il potente Carmelo Rocca, verrebbe destinato ad altro incarico. Difficilmente rimarrà a via del Collegio Romano. Tra le tante voci, c'è chi lo vede indirizzato alla testa della Siae, la Società degli autori ed editori. A questo punto cosa accade? Vengono istituiti quattro dipartimenti, i cui responsabili saranno nominati direttamente dal ministro. Uno di questi uffici sostituirà il segretario generale, avrà due direzioni generali, potrebbe chiamarsi «dello sviluppo, innovazione e risorse umane». Un secondo dipartimento accorperebbe tre direzioni generali: ai beni architettonici, ai beni archeologici, ai beni artistici e storici. Il nome più accreditato? Ripristinando una dizione abolita da tempo e caldeggiata da Vittorio Sgarbi quando era ancora sottosegretario: «Belle arti». Terzo dipartimento, quello per archivi e biblioteche, con la direzione generale dei beni archivistici (dal quale dipenderà l'Archivio centrale di Stato) e quella per le biblioteche. Il quarto dipartimento, per lo spettacolo, accorpa quattro direzioni generali: cinema, teatro, spettacolo dal vivo e sport. Questo ufficio andrebbe a gestire il cosiddetto Pus, i fondi per lo spettacolo, il capitolo che distribuisce i finanziamenti. Materia delicata già di suo, oggi lo è in modo particolare perché vogliono gestirla le Regioni in virtù del processo di decentramento dei poteri e delle competenze in corso. Questo è il quadro complessivo. La riforma, per inciso, va attuata senza variazioni di spesa. Lo prescrive la legge e Urbani non può sgarrare. Una differenza sostanziale dall'impalcatura odierna? Oggi c'è appunto il segretariato generale più le dieci direzioni generali (di cui due si occupano del controllo e del funzionamento interno): tra queste pare al momento incerta la sorte di un ufficio come la Dare - Direzione per l'architettura e l'arte contemporanee, guidata dall'architetto Pio Baldi. Sottosegretari a parte, nel nuovo ministero nel gradino appena sotto al vertice, il ministro, siederanno quattro direttori. Con poteri notevoli. Uno dei problemi che dovranno trovare soluzione, e sul quale manca chiarezza, riguarda i poli museali dotati di autonomia e istituiti nel dicembre 2001, Roma, Napoli, Firenze, Venezia (quello di Pompei esisteva già ma la faccenda riguarda anche questo sito): se restano sotto le dipendenze delle soprintendenze regionali, come tutto sembra presupporre, e relativi soprintendenti non devono rispondere direttamente alle direzioni generali o al ministro, la tanto decantata autonomia si annacqua fino a perdere senso. E qui converrà aprire una parentesi: insieme a quelle autonome nelle 'quattro città d'arte nel dicembre 2001 sono state costituite le soprintendenze dette «miste» con la conseguenza di travasarvi competenze, forze, personale. Ma a poco più di un anno da questo passaggio si respira ancora, negli uffici periferici, una discreta confusione, Soprattutto perché, e lo osservava l'ex ministro per i beni culturali Giovanna Melandri in un'interrogazione parlamentare del dicembre scorso, in città come Napoli, Roma e Firenze gli storici dell'arte passati alle soprintendenze «miste» sono insufficienti a tutelare un patrimonio artistico poco meno che sterminato. A oggi la situazione non è migliorata molto. Su quanto si delinea per i beni culturali proprio Giovanna Melandri: «Mi riservo un giudizio definitivo su quando la riforma sarà formalizzata - esordisce - ma mi pare che dopo due anni di paralisi e definanziamento l'unica cosa che questo governo porta a casa è far macelli della riforma da noi approvata, destruttura il ministero». Tre elementi, a suo parere, sono da sottolineare: «Intanto si torna a considerare questa amministrazione marginale rispetto a scelte economiche generali. Poi si ritorna al vecchio impianto senza segretario generale, ma era questa figura a far da raccordo con gli enti locali, con le imprese, per la cogestione e la partecipazione del patrimonio culturale, ed era la forza di un ministero che concorreva alle scelte di politica economica complessiva». Infine un altro aspetto della riforma non convince la parlamentare Ds: «Credo sia un errore non distinguere, ad esempio, tra direzione archeologica e beni artistici». Perché? «Perché - risponde Giovanna Melandri - il patrimonio italiano è talmente diffuso e vasto che avere direzioni diverse si era reso necessario per gestire i nostri tesori con efficacia ed efficenza».