«Un luogo aperto ai giovani che attiri anche per lo shopping» - Nella Città eterna pulserà un cuore contemporaneo ROTTERDAM «Anche il Foro Traiano era shopping». È la prima volta che Rem Koolhaas, dirompen-te teorico della Contemporaneità, sbarca nella Città Eterna. Ed è pro-prio questo contrasto a incuriosire oggi. Nello studio di Rotterdam, l'architetto olandese, 60 anni di vita e 35 di progetti e scritti irriverenti, racconta la sua idea per la città dei giovani negli ex Mercati generali di Roma. Smorza i chiaroscuri. «Non lavoreremo per opposizione, non creeremo fratture. Rafforzeremo resistente, rispetteremo il carattere storico». Esercizio di diplomazia, certo, nel-la patria delle Sovrintendenze. Ma non solo. «Siamo inte-ressati alla forma archi-tettonica, ma ancor più alle performance. Ab-biamo discusso a lun-go il mix delle funzio-ni, che dev'essere effi-ciente e stimolante». Come se il cuore con-temporaneo che Ko-olhaas vuole portare dentro la Città Eterna fosse fatto -prima an-cora che di edifici- di flussi, funzioni, di quello shopping come «modalità di vivere» che è «pre-condizione della condizione urbana e non minaccia per la condizione urba-na». E, infatti, fra la proposta messa in gara dal Comune di Roma e quella vincente di Koolhaas e del suo com-mittente, il gruppo americano Mills, crescono le aree per l'attività commer-ciale (da 20.673 a 27.956 metri qua-drati), ma ancor più quelle per cultura e tempo libero (da 20.673 a 32mila metri quadrati), con mediateca, città dei sapori, terme moderne e spazi per cinema, teatro, spettacoli. Sarà il suo Foro Traiano, questo progetto dei Mercati generali. Aper-to alla città. «Vogliamo attrarre le persone, i giovani. Ma non con la spinta violenta di uno shopping center». Nella forma, prevalga pure una certa continuità. «Metà della parte visibile del progetto -dice- sarà data dagli stessi edifici ester-ni esistenti. Così, l'impatto visivo sarà lo stesso di oggi». Cornice antica, cuore nuovo. Ec-cola la sfida romana di Koolhaas il visionario che da sempre antepone il programma al progetto, la perfor-mance alla forma, i flussi alla strut-tura. Tutt'uno con il realismo crudo e spietato su cui ha fondato il suo successo: fin dalla sua opera cult del 1978. Delirious New York, in cui esaltava la congestione della Grande Mela come condizione della Contemporaneità, ha accusato l'ar-chitettura modernista di vagheggia-re e rimpiangere una città che non esiste più. «Un modernismo senza modemizzazione», è la frase che ama scagliare contro i suoi nemici storici. Dall'altra parte, gli hanno ribattuto di volere la Città generica, uguale ovunque, di voler svendere l'identità europea. Lo accusano ancora, dai giornali e dalle aule dell'Accademia, di «americanismo», di essere l'archi-tetto degli shopping center, il Diavo-lo dell'architettura pie-gata al marketing. «In Italia -risponde lui- prestano troppa at-tenzione al mio lavoro di teorico e dovrebbe-ro invece guardare il mio lavoro di progetti-sta, che è sempre atten-to al contesto, sia quan-do lo recupera, come stiamo facendo a Pe-chino e all'Esplanade dell'Ermitage, sia quando vi inserisce nuovi edifici co-me con l'ambasciata olandese a Berli-no e la Concert Hall a Porto. Capivo l'accusa dieci anni fa, oggi è fuori luogo». Già, un'accusa oldfashioned per chi ha trasformato il contenuto dirompente dei libri in una delle più attive e brillanti industrie architettoni-che del mondo. La sua attenzione al contesto non è mai continuità, in realtà: anche la sua rivista Coment tanto ricca di analisi demografiche, economiche, sociologiche, architettoniche, tanto trash nel-la forma, lontana dalle patinate riviste di architettura esalta discontinuità, contraddizioni, caos. Nel faraonico progetto per la nuova tv cinese a Pe-chino, il Cctv, 600 milioni di euro, Koolhaas realizza un grattacielo, ma dopo aver contestato i grattacieli-tor-re che spuntano come funghi intorno. E inventa un oggetto paradossale, dal movimento circolare, che cambia fac-cia a seconda dall'angolo visuale da cui si guarda: «La contemporaneità sembrava caos, dieci anni fa, invece è un'interazione di sistemi complessi, alcuni fisici, alcuni tradizionali, altri del tutto invisibili». I ragazzi di Orna (Office for Me-tropolitan Architecture) lavorano sui plastici dei Mercati generali, nel-lo studio privo di enfasi. Lavorano alla «barra della libertà», come chia-mano la lunga asta che dovrebbe ospitare parcheggi sotterranei e cine-ma sul versante ovest dell'area. Lì non ci saranno vincoli alla creativi-tà di Rem. Vincolati dalla Sovrintendenza sono invece i due «gioielli», altro nomignolo che usano all'Orna, per i due edifici industriali del pri-mo '900. Saranno restaurati. Mentre per un terzo edificio vincolato, tra i «gioielli» e l'altro scatolone ribattez-zato la «macchina del divertimen-to», la partita non è persa, confessa-no, si pensa ancora di poterlo butta-re giù per fare spazio a una piazza. Sarà una battaglia lunga. Con il Comune di Roma sensibile alle liber-tà progettuali di Koolhaas. E una guerra di posizione prevedibile con le Sovrintendenze e forse scherma-glie anche con i due committenti, Mills e Lamaro Appalti, attenti ai ritorni economici di un progetto che è un project financing con investi-menti privati per 230 milioni. Koolhaas scriveva sceneggiature prima dell'architettura. «Nel cinema hai una sequenza di scene e in questa sequenza devi raccontare la storia, creare il mistero, introdurre una ten-sione. E la rivelazione avviene dall'interno. In architettura è lo stes-so, ti muovi da uno spazio particolare a un altro. Ma nel cinema crei un frontage, metti le cose una contro l'altra e poi tutto scorre insieme. Que-sta sensibilità non era mai esistita prima in architettura. L'architettura era quel che si può chiamare una composizione classica, simmetria. Ora puoi molto di più, come nel cine-ma, creare condizioni differenti e combinarle». Koolhaas è anche colui che più di tutti ha saputo muoversi nel rapporto fra architettura e marketing, comuni-cazione, economia di mercato. Ha vi-sto lungo, scomposto, ricomposto la catena del valore aggiunto che fa ca-po all'architetto. Dopo Orna, ha crea-to Amo (Architecture Media Organization), società di consulenza per la comunicazione e il marketing. «Ab-biamo creato Amo -racconta- perché vedevamo che ogni progetto di architettura richiedeva sei anni e oggi non c'è singolo sistema politico, singola ambizione, singola intenzione che duri più a lungo di due anni. L'architettura è troppo lenta per segui-re questo ciclo. Però molte organizza-zioni o persone ci chiedono di affron-tare problemi di organizzazione o di rappresentazione. Ecco, Amo è nata per liberare l'architettura da questo e consentirle di dedicarsi lentamente al-la pura forma». Inutile dire che Amo è anche un'integrazione che fa busi-ness, come nel rapporto con Prada, a cui Koolhaas cura l'immagine e la comunicazione, oltre a progettare gli Epicenter, strutture a metà fra nego-zio e piazza pubblica che cambieran-no il modo di vivere il lusso. Sul mercato dell'architettura pura, Koolhaas è pessimista. E anche sulla città. «Fino agli anni 60 e 70, la città era pubblica, e così la domanda di architettura. Ora è tutta domanda pri-vata, perché il pubblico non ha più risorse da investire. Per lo spazio pubblico non c'è futuro e questo sna-tura la città. Negli spazi pubblici ur-bani qualunque cosa poteva accadere, cose buone e cattive, avventure e molto altro, mentre l'influenza com-merciale sulla città limita tutto que-sto: accadono solo cose buone, puli-zia, sicurezza e telecamere a circuito chiuso. Viene minacciata la ricchez-za dell'esperienza urbana, compresi tensione, crimini è conflitti, che ven-gono lentamente ripuliti». INCONTRO TRA L'ARCHITETTO E VELTRONI Sopralluogo lampo ieri per sistemare il progetto ROMA Bocche cucite per il sopralluogo-lampo che Rem Koolhaas ha fatto ieri a Roma. Un'ora ai Merca-ti generali in mattinata e poi incontro in Campidoglio con il sindaco, Walter Veltroni. Nessuno dice nulla sull'incontro, né sull'esito del sopralluogo che appare decisivo per mettere a punto il progetto definitivo, entro sei mesi. Tra le questioni che Koolhaas discute-rà con committenti, Comune e Sovrintendenze, la possibilità di abbattere il terzo stabilimento industria-le compreso fra i due «gioielli» e lo scatolone chiama-to la «macchina del divertimento». Verrà richiesto anche l'abbattimento dei due "denti" del recinto poste-riore. Possibile rispetto al progetto presentato da Mills e risultato vincitore, anche un rimescolamento di funzioni. Il progetto vincitore prevede una superficie utile lorda di 80.111 metri quadrati contro i 59.065 del bando di gara. La quota cresciuta maggiormente è quella destinata alla cultura e al tempo libero, da 20.673 a 32mila metri quadrati, con una crescita anche della quota relativa dal 35 al 40 del totale.