Marco Zanetti Architetto Col passare del tempo, il Fontego dei Tedeschi appare sempre per quello che purtroppo è, un buco, che attende solo di essere riempito. Polemiche e partigianerie si sono accese attorno al progetto (su terrazza, scala mobile e riva d'acqua), senza che nessuno - proprietà ed amministrazione pubblica - abbia pensato di esporlo (magari proprio nel cortile del Fontego), così che anche i cittadini potessero esattamente rendersi conto di cosa si parlava. Intanto, vien da pensare che scrupoli da storici ed architetti non giustifichino comunque tanto ritardo per decidere e per ridar vita, in un qualsiasi modo, a quel pezzo di città. Il fastidio è accresciuto per quanti si ricordano che quel palazzo era, in tutti i sensi, un bene comune. Che le Poste Italiane lo abbiano semplicemente venduto per far cassa, senza che da ciò si possa ora individuare un concreto beneficio, e senza che acquirente e città potessero contare su di un progetto d'utilizzo condiviso, può fornire qualche elemento di giudizio sulle amministrazioni comunali succedutesi, ma, soprattutto, dovrebbe essere almeno un monito per le prossime incipienti dismissioni e valorizzazioni del patrimonio pubblico. Che la proprietà che voleva "terrazzare" il tetto ad uso ristorante (come quello della Rinascente con vista sul Duomo di Milano) sia poi quella della Fondazione Benetton, che lodevolmente si occupa di paesaggio e del Veneto, anche questo contribuisce allo sconcerto. Anche il confronto degli attuali percorsi amministrativi (spericolati e senz'anima) con quelli del passato non può che accrescere lo sconforto. Basti pensare che era la fine di gennaio del 1505 quando il vecchio fontego dei tedeschi andava a fuoco e che già il giorno dopo (il 29 gennaio) il Consiglio dei X dava incarico per i primi lavori e per la sistemazione provvisoria delle attività mercantili. Appena quattro mesi dopo, il 19 giugno, la Signoria approvava il progetto del nuovo fabbricato non senza esser entrata ben nel merito dell'estetica e della funzionalità, tanto che Marin Sanudo poteva verbalizzare che il progetto offriva il vantaggio di essere "non mancho di ornamento a questa città et utile alla Signoria nostra, che commodo a loro [i mercanti tedeschi] , sì per la nobile et ingegnosa compositione et costruttione di quello, come etiam per la qualità et quantità delle camere, magazzini, volte et botteghe se faranno in esso, da qual tutte se trazerà ogni anno de affitto bona summa de denaro." Quelle poche righe ci dicono alcune cose importanti: a)bellezza e utilità erano indissolubilmente legate nel governo della Venezia cinquecentesca; b)lo Stato costruiva, col denaro pubblico, preoccupandosi della funzionalità del risultato, che doveva essere commodo agli utenti (il progettista, Girolamo Tedesco, definito "uomo intelligente e pratico" era stato probabilmente proposto da essi); c)la finanza di progetto (che ora chiamiamo all'inglese project financing) era già praticata allora. Val la pena sottolineare che la disposizione al piano terra, di botteghe, da affittare, rivolte all'esterno (su calle del Buso e calle dell'Olio, ora calle e salizada del Fontego) aveva anche un preciso valore architettonico ed urbanistico. Le ventun botteghe (ciascuna con vetrina, porta e finestrella soprastante) legavano il palazzo alla città, animando le calli con la loro varietà, mentre il fondaco si rivelava dal lato di terra solo per i due ingressi ed i grandi affreschi alle facciate. La ristrutturazione di fine anni 30 del Novecento ha purtroppo capovolto quel sapiente sistema: le botteghe scompaiono, quasi tutto il lato esterno dell'edificio viene chiuso e si valorizza invece, almeno, la fruibilità pubblica del cortile coperto su cui si affacciano uffici e servizi postali. Il progetto attuale mira invece ad un terzo tipo di assetto: tutto il palazzo, tutto il suo involucro dovrebbe essere un unicum "centro commerciale", come un'astronave atterrata in un contesto alieno. Le antiche ventun botteghe chiuse come ora (volgendo le terga alla città) o aperte come un'unica vetrina "monomarca" sarebbero comunque un impatto violento sul tessuto urbano veneziano che non sopporta né le chiusure, né le aperture con le dimensioni e gli arredi commerciali delle città moderne. Ma, poiché quel palazzo resta malgrado la proprietà privata un bene comune, sarebbe bene che il nuovo progetto che si attende facesse ritornare il complesso alla logica originaria: varietà di piccoli negozi sui lati esterni e il nuovo fondaco all'interno. E, magari, il nuovo sia veramente la scoperta di qualcosa di nuovo, di nuove funzionalità e non la semplice occupazione di volumi cancellando la possibilità di intravedere almeno la storia dell'edificio. Che ciò sia già stato fatto pochi metri più in là (con il grande magazzino Coin), non è un buon motivo per ripetere l'errore. Infine, ... per completare il raffronto tra l'oggi ed il passato, va ricordato che la costruzione della nuova fabbrica terminava il 9 marzo 1508 e veniva inaugurata il 1 agosto, con contestuale ripresa delle attività, anche se qualche lavoretto di finitura si protraeva per qualche mese e se le decorazioni pittoriche delle facciate, affidate a Giorgione e Tiziano, venivano dopo. Comunque, solo poco più di tre anni per finire i lavori !