Sperando di essere utile alla discussione avviata in città, vorrei intervenire sulla questione "Palais Lumière". Molte cose sono già state dette, una però mi sembra ancora non sufficientemente precisata. Quando se ne parla, si tende a dare per scontato che il progetto interessa un'area marginale e degradata, un'area di scarso interesse, sulla quale quindi si può liberamente esercitare la fantasia, abbattendo tutto, facendo tabula rasa e ricominciando da zero. A me però pare che non sia così: negli anni recenti mi è capitato più volte di frequentare l'area, osservando dapprima con sorpresa e poi con curiosità crescente che vi si sono sviluppate numerose attività. Qui, infatti, si trovano studi medici, innovative società di informatica, imprese di servizi e ingegneria navale, diversi e vivaci studi di architettura e design, nonché atelier di artisti, senza dimenticare le più tradizionali attività produttive e artigianali, le officine e infine i locali notturni, diventati un riferimento per tutta la città e che mentre di notte sono compatibili con l'intorno vista l'assenza di residenza, di giorno si trasformano in una sorta di "mensa" per le tante attività vicine. Qui, dopo anni di crisi e abbandono ha preso avvio un processo di rinascita partito in sordina, basato sul riuso, la ristrutturazione, la rigenerazione, il riciclo e che, partendo dall'esistente, senza bisogno di fare un buco di cinquanta metri, sta facendo rivivere un brano importante della città: la fascia che sta tra i quartieri più residenziali di Mestre e Marghera e il vero e proprio porto industriale. Qui sta prendendo forma quella mescolanza di attività, quella mixité tra funzioni compatibili realizzata attraverso la vera e propria reinvenzione di spazi ed edifici, che in tutta Europa si cerca di attivare riconoscendola come buona pratica d'intervento non distruttivo ed invasivo, come processo di reale rivitalizzazione della città. Non sto dicendo che bisogna sempre accontentarsi del poco ma certo che abbiamo oggi rifiutandosi di scommettere sul futuro. Sto dicendo che qui qualcosa d'interessante sta già concretamente avvenendo e che dobbiamo sostenerlo e proteggerlo, eventualmente correggerlo e aggiungendo ciò che da solo non può fare, pensando sempre che un futuro migliore sia possibile: possibile anche perché probabile, fattibile e sostenibile. Penso che si tratti di riconoscere che qui è già attivo quel processo di ristrutturazione e riqualificazione che da decenni ormai aspettavamo. Un processo che partendo per così dire "dal basso", dall'accostamento di tante piccole ma vivaci e innovative attività e imprese dovremmo tutti osservare e seguire con attenzione, riconoscendo che siamo di fronte ad un "modello" che una volta tanto non ha bisogno di grandi capitali ma di tante intelligenze. Un modello che si sviluppa attraverso un processo incrementale che permette di ripartire senza fare tabula rasa ma lavorando sull'esistente, facendo ricorso ai concetti di riuso e riciclo piuttosto che a quelli di demolizione e ricostruzione, e che anche per questo possiamo considerare oggi concretamente moderno. Penso insomma che in quest'area di Marghera il futuro sia già iniziato, un futuro basato su imprese che puntano alla produzione di beni e servizi piuttosto che al consumo turistico di Venezia, imprese nate dall'ingegno di giovani formati nelle nostre scuole e università, imprese realmente legate a questo territorio e che qui vogliono crescere, imprese compatibili e sinergiche con le altre attività che la città ha e potrà avere intorno. In definitiva, qui non si tratta di "preferire un uovo oggi alla gallina domani", ma di riconoscere che il futuro è già in marcia: dobbiamo solo riconoscerlo e averne cura. Stefano Munarin docente di Urbanistica allo Iuav e componente dell'associazione "In Comune" .