Un ramo appassito con tre frutti di melograno appeso sopra la porta della «Zoiolera», nel cuore più antico a profondo di Palazzo Ducale. Una vecchi-na dietro la finestra al piano superiore del cinquecentesco cubo rosso dove Vincenzo I esibiva la sua favolosa raccolta di gioie e gioielli: è Anna Spena, l'ultima dei sagristi che hanno abitato per secoli la tribuna ottagonale che il Principe aveva voluto identica a quella dei Medici. Dopo la scossa delle 9 di mattina del zo maggio, sono corsi a prenderla, a letto, così com'era. Credeva di poter rientrare entro la sera, invece è stata fuori fino a tutto settembre. A cinque mesi dal terremoto che ha sconquassato tutti i monumenti di Mantova, ripartiamo allora dall'ultraottantenne e sola abitante, che per tutta la vita ha vissuto all'ombra del campanile ora decapitato della chiesa di Santa Barbara, eletto a emblema del disastro sismico che ha modificato il profilo della città diffondendo un comune e dolente sentimento di perdita. Dopo inviti insistenti, e attese frustranti, il ministro Ornaghi è venuto finalmente a vedere che cosa è veramente successo qui, e incamminandosi verso Santa Barbara insieme al vescovo Busti, presumibilmente avvilito e umiliato ha sussurrato all'amico dei favolosi tempi in cui il cardinale Martini era arcivescovo di Milano: «Mi dispiace avvertirla non abbiamo soldi». «Ma il danno è immenso», spiega con cristiana e forzata rassegnazione monsignor Giancarlo Manzoli, delegato vescovile ai Beni culturali. La stima per ripristino del campanile privato dal suo «lanternino» ammonta a 500.000 euro. Lo Stato ha stabilito livelli di priorità dove i Beni culturali sono in ultima fila. La somma che dovrebbero erogarci sarà distribuita per il 93o in Emilia, l'ido per il Veneto, il resto in Lombardia. Il criterio seguito è proporzionato al numero degli sfollati. Trattandosi di monumenti, l'unica sfollata di Mantova è la signora Spena. La torta è piccolissima, per giunta sappiamo che non ce n'è per nessuno. «Non fate domande di contributi ha pregato il ministro. E mi dispiace tanto». Prima della visita alla chiesa Palatina, Ornaghi ha trascorso due ore in Palazzo Ducale. «Ha guardato, ascoltato, e forse capito racconta la Sovrintendente Giovanna Paolozzi Strozzi . Era come se, per la prima volta, si fosse reso veramente conto del tremendo disastro». I soldi per avviare i lavori di restauro di una città dove, a parte Palazzo Te (chiuso per poche settimane causa crepe superficiali nella Sala dei Cavalli) nessun complesso monumentale risulta completamente agibile, se non addirittura sbarrato, sono a tutt'oggi un tema che sconcerta. Palazzo Ducale, la chiesa di Santa Barbara, i palazzi d'Arco, della Ragione e del Podestà, l'Archivio di Stato sono stati messi in sicurezza con denaro anticipato alle ditte che finora lavorano sulla fiducia. Pronti i progetti e le stime per gli interventi di ripristino e restauro, si trovano adesso di-fronte a un rompicapo paradossale e grottesco: lo Stato ha stanziato seicentomila euro. Tocca però alla Regione distribuirli secondo un non ben chiaro criterio, cui seguono sghembe e bizantine procedure stile Monopoli. Se scadono i tempi o si ingarbuglia un passaggio, e certamente non per colpa dei mantovani, si torna indietro, o addirittura si perde ogni diritto. Dopo che per due mesi filati il personale del Palazzo Ducale ha lavorato a fianco dei falegnami, muratori e gruisti che hanno messo in sicurezza i tetti sfondati dal crollo del campanile di Santa Barbara e sigillato le crepe aperte un po' dappertutto, il più grande edificio principesco del mondo è aperto e lustro come uno specchio. Spariti i calcinacci, le statue liberate dai protettivi e funerei sudari, i quadri riappesi alle pareti. L'oro dei soffitti, splendente come ai tempi delle favolose feste dei Gonzaga. Nei giardini segreti fioriscono le ultime rose; e basta un raggio di sole per incendiare il lucido e sanguigno guscio dei melograni.