Venezia, Arsenale, ma soprattutto quale futuro per la nostra città. Questo però solo se sapremo essere «lettori spiazzati» della storia e della realtà attuale, comunque pensosi rispetto alla città insulare o anche metropolitana se si vuole. Venezia, Arsenale, con al seguito diversi limiti e contraddizioni, che dovremmo saper affrontare con ciò che ritengo uno strumento di conoscenza. E nel dirlo penso al vangelo più profeticamente veneziano, al vangelo di Marco, dove, stando alla lettura suggerita da Enzo Bianchi, Gesù ci spiazza - qui il punto - perché «è continuamente in movimento e si sposta tra spazi diversi, in cui la sua stessa identità è inafferrabile, non racchiudibile in schemi che risulterebbero troppo stretti». Per quel tanto o poco che ci riuscirà di essere marciani, rifiutiamoci per un momento o per sempre a rimanere chiusi in noi stessi, nei nostri schemi, siano essi culturali o ideologici, misuriamoci con le nostre forze, che possono essere anche le nostre debolezze, con l'andare oltre le strettoie dentro le quali ci opponiamo gli uni agli altri. Credo di non essere il solo a Venezia a provare sentimenti di paura o di smarrimento quando si è travolti da una condizione di estraneità fisica e mentale, trovandoci in luoghi e in tempi che non ci appartengono più, immersi in un ecumene attraversata giorno e notte da decine e decine di migliaia di «fantasmi», da invasioni incessanti e quindi inspiegabili di genti che vanno e vengono e ci riducono così ad un inquietante e pericoloso «grand hotel sull'abisso». E si ha paura quando non si capisce, quando non c'è spiegazione, quando le domande non ricevono risposte adeguate. Che è quello che accade nel vangelo di Marco durante una grande tempesta con Gesù che dorme, e mentre la barca sta per affondare i discepoli urlano: «Maestro, non t'importa che siamo perduti?». A quel punto Gesù si sveglia e ordina al vento e al mare di calmarsi ed è subito bonaccia Poi rivolto a quegli uomini terrorizzati dice: «Perché avete paura?». Hanno (abbiamo?) paura perché non è loro chiaro il senso di ciò che stanno vivendo, non hanno fede perché ignorano ciò che accadrà. Ecco: hanno paura perché si sentono confusi, senza speranza, privati di obbiettivi comprensibili e rassicuranti. Adesso guardiamo all'Arsenale e alla sua millenaria storia e guardiamo anche ad alcuni palazzi sul Canal Grande ceduti dalla mano pubblica a questo piuttosto che a quel privato; guardiamo al caos in cui è avvolto, sotto ogni punto di vista, ciò che un tempo fu l'Ospedale al Mare; riflettiamo sulla «urgente necessità» che altri storici palazzi veneziani, in precedenza patrimonio pubblico, sono in attesa di essere acquistati chissà da chi; dimostriamoci pure inorriditi o magari soddisfatti di fronte ad una immaginata e imponente speculazione finanziaria e immobiliare quale c'è dietro il progetto della cosiddetta Torre Cardin e non solo di quello; osserviamo muti l'inevitabile «fuori scala» di navi che vorrebbero includere nelle loro immense cavità tutto il Foro marciano e ducale; cerchiamo infine di comprendere il perché Venezia, il Comune di Venezia, continua ad impoverirsi, non reggendo più il costo di ciò che si attende di ricevere chi a Venezia ci vive e ciò che pretende chi porta miliardi di euro in arrivo dallo sconfinato e alieno universo turistico. Dunque, mettiamo da parte sciocchezze storiche e grossolanità politico-ideologiche che fanno male alla città e a ciò che resta della sua cittadinanza. L'Arsenale, per esempio, è sempre stata cosa dello Stato, così dalla nascita della città dogale, fino al ventesimo secolo. L'Arsenale, «cittadella avulsa» dalla città, definizione fornitami da Beppe Gullino che aggiunge: «Se per Stato s'intende la città di Venezia, allora l'Arsenale è sempre appartenuto a Venezia, ma in tal modo ci s'infila in una aporia, che sarebbe una difficoltà logica senza possibilità di soluzione». Invece, è proprio di soluzioni praticabili che abbiamo bisogno: dall'ex Ospedale al Mare all'isola del Lido che vorremmo e che non c'è; dal Consorzio Venezia Nuova, e da quello che esso potrebbe e dovrebbe rappresentare per tutti affinché il Sistema Mose diventi risorsa e ricaduta effettiva di sviluppo scientifico e tecnologico in senso ambientale, all'insieme dell'Arsenale, che non può essere luogo di scontri, rancori, ripicche d'ogni genere tra pubblico e privato, tra Stato e decine di soggetti culturali e imprenditoriali, con al seguito molteplici e significative attività fino a pochissimo tempo fa non inserite in quello spazio straordinario. Per essere chiari, non si va a Roma a recriminare contro il «compagno di banco» dopo che Roma, cioè lo Stato italiano, per decenni ha dato quanto nessun'altra città italiana ha mai avuto in termini di finanziamenti pubblici. Per inciso, ma la difesa ovvero la salvaguardia della città e della laguna è ancora per qualcuno un obbiettivo che non si sarebbe dovuto perseguire e questo quasi mezzo secolo dopo il 1966? Un'amministrazione comunale, che non ce la fa ad amministrare bene così come vorrebbe ogni buon sindaco, avendo per oggetto delle proprie cure e preoccupazioni una città come Venezia, dovrebbe saper immaginare e praticare una creatività economica e finanziaria in grado di attingere qualcosa di importante da quel fiume impetuoso di denaro «alieno», che scorre a Venezia e nella sua pertinente area metropolitana. Da queste parti c'è chi si arricchisce moltissimo e c'è un Comune costretto a disfarsi dei gioielli di famiglia, e ciò nonostante non è più in grado di soddisfare le attese di quanto resta della sua cittadinanza. Come si può ovviare a tutto ciò? Uscendo da schemi politici, culturali, amministrativi che oggi risultano troppo stretti, superati, anzi, negativi. E' indispensabile andare oltre la paura, il risentimento, lo scontro, altrimenti perderemo noi stessi e con noi Venezia, che diventerà «altro» da ciò che intendiamo ancora per Venezia. Tra poco anche la memoria del nostro dialetto sarà cancellata, per accorgersene basta viaggiare in vaporetto o attraversare a piedi la città da Piazzale Roma a San Marco. Parafrasando non so chi, è certo che le continuità resistono, invece le reazioni si organizzano. Ma se per continuità intendiamo riferirci a ciò che persiste in fatto di impronte antiche, cioè delle pietre e della morfologia di questa nostra città, di questo nostro ambiente naturale e sociale, è bene sapere che continuità non significa affatto che la storia proseguirà all'infinito. In sintesi, spetta a noi dimostrare di aver tentato l'impossibile pur di conservare, grazie alle nostre forze e capacità, il bene comune Venezia, che è patrimonio storico dell'umanità, e non perché a dirlo è l'Unesco. Solo allora potremo pretendere che una «città speciale» torni ad essere sentita nuovamente una responsabilità diretta dell'intera nazione, chiamata - ripeto, solo allora - a contribuire in ciò che occorre «ad ornamentum civitatis», nel segno della vivibilità e della bellezza e non certamente della più degradata e degradante consumazione di Venezia.