L'Arsenale di Venezia, il luogo simbolo della città. In agosto, dopo due secoli di usurpazione, lo Stato decide di restituirlo ai veneziani: tutto, tranne i pochi edifici ancora utilizzati dalla Marina Militare. La legge prevede anche che ogni reddito proverrà alla città da quel complesso (che evidentemente è inalienabile) dovrà essere impiegato per la sua ristrutturazione. Insomma, la rinascita di uno dei luoghi più belli d'Italia è a portata di mano. Grazie ad un governo tecnico, che non ha dato ascolto a chi da anni aveva mire private su quell'area, e al Direttore dell'Agenzia del Demanio, un funzionario dello Stato che ci ricorda come anche a Roma, basta volerlo, l'amministrazione pubblica potrebbe funzionare come a Stoccolma. Poi ieri ci siamo svegliati, e ci siamo accorti che era stato solo un sogno. I prepotenti hanno probabilmente "convinto" qualche funzionario e, nottetempo, hanno fatto aggiungere una riga al decreto-legge Crescita 2.0. A Palazzo Chigi, dove il decreto è stato scritto, giurano che non lo sapevano, alla faccia dei controlli. E così l'Arsenale è stato scippato ai veneziani. E questa volta, per essere sicuri che non ci siano più rischi, è stato dato direttamente a un gruppo di prepotenti, i quali vi costruiranno alberghi destinati a rimanere vuoti; sono gli stessi che stanno distruggendo il Lido di Venezia, salvo poi accorgersi che non c'è domanda per i loro appartamenti da settemila euro il metro quadro. Ma perché no? Tanto gli alberghi li costruiranno con i soldi nostri (quelli destinati al Mose): profitto incerto, ma costi pari a zero. Quel decreto reca la firma di un ministro. Colpevole di connivenza o di omesso controllo