Nel decennio i consumi di arte e spettacolo sono sempre cresciuti Perché la cultura è la Cenerentola del bilancio statale? Se lo è chiesto ieri il presidente della Camera, Gianfranco Fini, stimolato dai dati riportati nel bilancio 2012 di Federculture. Fini è stato impietoso nel dipingere lo stato del nostro patrimonio: fondi scarsi, gestioni poco lungimiranti, assoluta mancanza di una politica culturale. Di fatto, lo Stato ha abdicato al proprio ruolo. Eppure, nonostante la crisi, i consumi in cultura degli italiani nel decennio 2001-2011 sono, seppure di poco, cresciuti. Questo a dimostrazione che «quello culturale - ha affermato Fini - rimane un comparto vivo e dinamico». Questo «scenario incoraggiante» ha bisogno, per essere sostenuto, di interventi di prospettiva: secondo il presidente della Camera è necessario creare «connessioni tra la scuola, l'università, la ricerca», estendere a tutta la cultura il tax credit, cioè le agevolazioni fiscali ora limitate al settore cinematografico, mettere in campo adeguate politiche turistiche. Al riguardo, Fini ha puntato il dito contro la riforma del titolo V della Costituzione, perché «l'attribuzione del turismo come materia concorrente alle Regioni ha di fatto impedito che l'Italia si presentasse nei consessi mondiali come realtà coesa e ben organizzata, come sistema Paese». «Non è stata una riforma ma una controriforma - ha commentato Aurelio Regina, vicepresidente di Confindustria, a proposito dei ritocchi al titolo V introdotti nel 2001- perché fatta in maniera affrettata. Se il Parlamento riuscisse ad approvare le nuove modifiche al Titolo V, si tratterebbe di un intervento che da solo è in grado di nobilitare l'intera legislatura». Regina ha puntato il dito contro gli scarsi investimenti pubblici in cultura e ha chiamato i privati a contribuire di più. Le sponsorizzazioni sono, infatti, diminuite, complice la crisi, ma anche - ha aggiunto Regina - per l'incertezza degli investimenti. E ha citato il caso del Colosseo, che ha un terzo degli introiti della Torre Eiffel e il cui restauro, a cui ha contribuito con 25 milioni l'imprenditore Diego Della Valle, continua a suscitare polemiche. Eppure il binomio pubblico-privato può generare anche buone gestioni, come quella dell'Auditorium di Roma, che è arrivato ad autofinanziarsi per il 63 per cento. «Bisogna fare in modo - ha sottolineato il vicepresidente di Confindustria - che l'impresa diventi investitore in cultura, che rimane una grande industria, e che ne abbia i ritorni a cui ha diritto chi investe». Per un Auditorium che funziona, un altro, quello di Firenze, che è costato 157 milioni di euro ed è ancora chiuso. Il caso è stato citato da Roberto Grossi, presidente di Federculture, che ha aggiunto l'esempio del Maxxi, il museo-fondazione della capitale, ora commissariato, che «ogni giorno perde visitatori». Grossi ha lanciato cinque proposte: meno Stato nella gestione della cultura, rigorosi meccanismi di accountability, misure per favorire il mecenatismo, sviluppo di reti tecnologiche per la promozione dei distretti culturali, sostegno alle imprese giovanili. La situazione dei giovani è l'elemento da cui è partita anche la riflessione di Enrico Giovannini, presidente dell'Istat, che ha ricordato come il 44 dei ragazzi stranieri che vivono in Italia non finisca la scuola dell'obbligo. La percentuale di italiani nelle stesse condizioni è del 15, in ogni caso si è ben al di sopra degli standard europei. «Se quel 44 finirà per trovare un lavoro, non avremo comunque recuperato - ha spiegato Giovannini - la strada verso il progresso. Perché la cultura farà anche bene all'economia, ma prima di tutto deve promuovere il benessere della persona e della società». Da qui tre proposte: se si arriverà a recuperare i soldi dell'evasione, destinarne una parte alla cultura, al progresso, in particolare alla creazione di start up da parte dei giovani, così che possano colmare il gap di ricchezza che li divide dai loro genitori; costruire framework per misurare, come fanno da anni in Australia e Nuova Zelanda, l'impatto di ogni una nuova legge sul benessere collettivo; realizzare un "Facebook" della cultura, ovvero una sorta di social network dove tutto il patrimonio e le iniziative in campo culturale siano messe in rete.