«Le prospettive del design in Campania» è il tema del simposio che si svolgerà oggi pomeriggio al Centro congressi della Federico II. I lavori saranno aperti dal rettore Guido Trombetti e conclusi dall'assessore regionale Gianfranco Alois. Ne discuteranno alcuni noti designer e docenti della Facoltà di Architettura - quali Filippo Alison, Riccardo Dalisi, Agostino Bossi e Ermanno Guida - con Carlo Forcolini, presidente dell'Adi (Associazione nazionale per il Disegno Industriale). L'incontro trae spunto dalla recente pubblicazione di due volumi dal titolo L'avventura degli oggetti in Campania. Dall'artigianato artistico al design industriale, editi dall'Electa Napoli. Si tratta di una ricerca promossa dalla Regione, diretta da chi scrive ed elaborata da un gruppo di giovani studiosi: Fiammetta Adriani, Paola Jappelli, Rossella Rinaldi e Marilena Malangone. Per la prima volta, la complessa ma avvincente transizione storica dall'artigianato al disegno dei prodotti industriali è stata ricondotta una unitaria sintesi interpretativa. Come incipit è stata simbolicamente prescelta la lungimirante politica di promozione delle arti applicate varata nel Settecento da Carlo di Borbone, fondando le «reali fabbriche» degli arazzi, delle sete, delle pietre dure, delle porcellane, dell'avorio, dei coralli, dei cristalli e degli specchi e così via. I capitoli successivi ripercorrono le tappe salienti dell'avventura ideativa per giungere fino all'attualità più cogente. Tra le tappe meritano almeno una menzione la fondazione nel 1889 del Museo Artistico Industriale voluto da Gaetano Filangieri, i mobili liberty prodotti dalla Ditta Ducrot, l'irruzione del Futurismo e il «periodo tedesco» delle ceramiche vietresi, animato da Richard Dolker e Irene Kowaliska. Dobbiamo avere nostalgia di questo «nobilissimo» passato? Nonostante tutto, direi di no. La Campania può vantare ancor oggi - come documenta il secondo volume - numerose produzioni artigianali di elevata qualità, nonché alcuni rami industriali altamente competitivi. Basti pensare a settori quali la moda, la lavorazione dei coralli, le tarsie lignee, l'arte serica o, sul versante più propriamente industriale, la nautica da diporto, la produzione aerospaziale e il merchandising innovativo e le materie plastiche. Ma c'è dell'altro. Napoli è stata una metropoli molto prima di ogni altra città d'Italia: un crocevia di civiltà, una grande «città-porto» aperta a tutti venti delle culture provenienti dal sia nord che dal sud, sia dall'ovest che dall'est. Il cosmopolitismo è il lascito più prezioso della nostra storia, che può offrirci una marcia in più per affrontare le sfide del nostro tempo. La fabbrica ha ormai perso la centralità che ha avuto nella prima età delle macchine. Il baricentro della competizione si è spostato dall'oggetto al progetto, ovvero dalla catena di montaggio alla forza delle idee. Un gadget disegnato a Napoli può essere prodotto a Shanghai e venduto a New York. Ciò che più conta è la cultura del progetto. La questione decisiva - sia per i designer che per gli imprenditori campani - è dunque come attingere al grande deposito di memoria delle nostre tradizioni, senza cadere nel folklore. E, in tale ottica, l'incontro tra le ricerche universitarie e le innovazioni industriali può dischiudere nuovi orizzonti alla «azienda-Campania».