Gli appelli al governo non costano nulla e finiscono sempre in un bicchier d'acqua. Per questo chi li lancia deve avere ben più coraggio e lungimiranza di chi, come ieri sul Corriere della Sera e sul Sole 24 Ore, ha sottoscritto un timidissimo appello per l'entrata dei privati nella pinacoteca più malvalorizzata d'Italia, ovvero la Pinacoteca di Brera. Le proposte, promosse da Ledo Prato di Mecenate90 e dal professor Trimarchi e controfirmate da politici e intellettuali come Sergio Chiamparino, Alain Elkann, Pietrangelo Buttafuoco, Giordano Bruno Guerri, Folco Quilici, non cambiano nella sostanza alcuno scenario. Sembra all'apparenza un appello opposto a quello lanciato da Vittorio Emiliani, Salvatore Settis, Tomaso Montanari e Alberto Asor Rosa contro l'entrata dei privati a Brera. In realtà ne è il fratello gemello. Cambiano appena un po' le parole, ma la sostanza è la stessa Entrambi gli appelli infatti sono accomunati da un punto basilare: a Brera rimane ancora tutto nelle mani dello Stato. Sarà ancora lo Stato centrale a controllare e dirigere. I primi dicono: assolutamente No ai privati. I secondi dicono: occorre incoraggiare «la partecipazione» dei soggetti privati e degli enti locali. La differenza è tiepidissima: lo Stato è ancora al centro, i privati semmai partecipano. La Fondazione Grande Brera, la cui nascita è stata approvata con il Decreto Sviluppo Passera, ha nelle sue bozze di statuto un limite notevolissimo, che i sottoscrittori degli appelli si sono guardati bene dal criticare: nel testo si dice che il Ministero dei Beni culturali debba versare ogni anno 2 milioni di euro a Brera, e una cifra analoga anche gli enti locali. Vogliamo veramente un cambiamento storico? Aboliamo definitivamente il privilegio di ricevere una quota fissa di soldi pubblici garantiti. Brera non deve incassare ogni anno una certa quantità di quattrini dalle nostre tasche, ma deve ricevere da noi una cifra annuale o triennale che varia a seconda di quanto riesce a reperire in autonomia. Qui sta il cambiamento essenziale: Brera, nella sua autonomia, deve recepire dal pubblico in proporzione a quanto riesce a trovare da sola come fondazione. Riceve quanto trova Ipoteticamente, se trova zero, riceve zero, e chiude. Altrimenti siamo al solito assistenzialismo di Stato, compartecipato coi privati, come vogliono i sottoscrittori dei due appelli gemelli. Se si vuole che la pinacoteca di Milano rinasca in ricerca e innovazione, occorre tranciare di netto la presunzione che lo Stato debba esserci sempre e comunque. La rivoluzione a Brera si avrà quando si lascerà la fondazione camminare con le proprie gambe, senza soldi garantiti a priori. Se Brera ci riuscirà, sarà da traino per la costituzione di altre fondazioni analoghe. Se non ci riuscirà, sarà l'occasione per ripensare radicalmente l'intero sistema museale italiano e il patrimonio che contiene. I musei sono strutture storiche transitorie. Non esistevano quattrocento anni fa, e non è sancito per legge che debbano sopravvivere in avvenire.