Che sia la cultura una delle possibili fuoriuscite dalla crisi? Si è molto discusso in questi mesi di un disegno di legge finalizzato ad istituire una "Fondazione Sardegna Beni Culturali", magistralmente bipartisan. La discussione è in Giunta. I precari di aree archeologiche, musei e biblioteche sono in movimento, anche con posizioni assai diverse, persino opposte. Attendono un posto di lavoro. Un comitato si chiama "Nessuno a casa". La durissima evoluzione della crisi sociale ed economica mondiale e della Sardegna in particolare rende più drammatico il tema. Mentre è solo nella cultura, e molto nelle sue localizzazioni territoriali, che i posti di lavoro crescono, la Regione Sardegna - di fronte all'obiettivo logico di razionalizzare un settore promettente con molti dislivelli qualitativi e funzionali - ha prodotto un testo assai negativo. Alla territorialità diffusa risponde con un modello di gestione dei beni culturali totalmente accentratore e l'annullamento dei finanziamenti ai comuni. Alla necessità di preparare una coerente struttura degli organici, risponde che chi la lavorato per almeno cinque anni in un sito potrà essere assunto dietro domanda.. Si ha la percezione di un'operazione assistenzialista e clientelare sulla lunga precarietà di centinaia di operatori (peraltro con uno stillicidio di riconferme che ha avuto anche l'effetto di bloccare per anni l'accesso al lavoro nel settore), per costruire un nuovo potente centro di potere politico ed istituzionale. Tutti d'accordo allora? Forse no. Il "velo" da noi sollevato (La 'Nuova', 28 maggio e 7 giugno 2012) è stato fatto volare da analisi e letture assai critiche: dall' Associazione Nazionale Archeologi - sezione Sardegna, dalle riserve serie e fondate espresse da Teresa Diana, della Coop. Mediterranea (gruppi Sulcis-Iglesiente, tra i più forti nel panorama dei gruppi di gestione), anche con alcune osservazioni dell' AIB (Associazione Italiana Biblioteche). In agitazione gli amministratori locali. Nel mondo politico vi è un silenzioso terremoto dentro il Partito Democratico, perplessità crescenti ovunque, il parere assai negativo del PdCI-Federazione della Sinistra. Forti i malumori di Soprintendenze e del Ministero, espressisi pubblicamente in modo assai negativo. Le incongruenze giuridiche con leggi e competenze nazionali sono forti. La Regione e i partiti puntano su un bacino di circa ottocento lavoratori (e qualche migliaio di elettori). Apparente la semplificazione delle procedure, tramite un Ente che centralizza direzione e fondi, assumendo (la Fondazione, non la Regione) gli operatori delle aree e dei vari organismi di gestione: coordinatori di non si sa cosa, ma coordinati da funzionari delle Soprintendenze. Il Comitato tecnico-scientifi-co, elefantiaco, di ben 29 persone, con presenza costante di Soprintendenze e Università (gli organi del Ministero dovrebbero controllare, per le materie di competenza, l'operato della Fondazione: un conflitto di ruoli inaccettabile!). Assenti però le istituzioni dell'Alta Formazione Artistica e Musicale. Molte organizzazioni professionali, come gli archeologi, non sono state neppure sentite. Un organismo più ampio di quello del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, di cui - con l'aria che tira - il governo ha deciso l'eliminazione: forse la politica regionale è così sovranista da non interessarsi allo spread.... Il territorio bene comune sparisce con un esproprio amministrativo e finanziario. Se i comuni hanno amministrato male sarebbe preferibile organizzare meglio la democrazia piuttosto che cancellarla! Basterebbero precisi standard qualitativi e professionali, commisurando i finanziamenti alla loro osservanza. Questa Fondazione brucerebbe il lavoro e il suo particolare 'mercato', irrimediabilmente. Guardate cosa è successo nelle Soprintendenze archeologiche con la vecchia legge 285. Come in altri ambiti, la necessità di modelli diversi da quelli finora percorsi svanisce di fronte alla promessa di qualche posto di lavoro assistito. Alternative? Il patrimonio culturale della Sardegna, il maggiore a livello nazionale, si caratterizza per un fortissimo radicamento territoriale, con valori identitari dalle forme molto specifiche. Beni culturali che mi ricordano la biodiversità, necessitano di protezioni forti e nello stesso tempo di politiche personalizzate. La quantità dei monumenti di questa grande risorsa (finiamola però con la retorica del granaio, della miniera e del giacimento: si tratta semplicemente di cultura) ha numeri che non possono essere retti dalle Soprintendenze, né da una Fondazione. Il passaggio di competenze alla Regione è soluzione nominalistica, mentre servirebbe pensare ad un incremento degli attori della tutela. Con "capacità" di vincolo concorrente, affiancando i nostri enti territoriali allo Stato. Uno strumento può essere quello dei Piani Urbanistici Comunali. I funzionari della tutela non sarebbero solo le poche decine delle Soprintendenze sarde, o - indirettamente - della "Fondazione"- ma le molte migliaia di cittadini delle comunità della Sardegna. E' in queste cittadinanze che troviamo una grande rete associativa e una forza lavoro di alto valore, molto territorializzata, composta da laureati e specializzati nelle varie discipline del patrimonio culturale. Ogni lavoro nel territorio - lo dico per esperienza diretta pluridecennale - fa emergere risorse altrimenti perdute, saperi precarizzati, capacità di lavoro. Creatività per gli eventi e le iniziative di uso intelligente del tempo libero che chiamiamo "valorizzazione". Per la ricerca stessa. I territori non vanno cancellati, come prevede questa legge, ma indirizzati e valorizzati. Servono organismi leggeri con regole e lineamenti qualitativi ai quali legare finanziamenti e azioni, vero valore aggiunto di una Regione non vetero-dirigista ma solidale con il territorio, in grado di percepire e far emergere economie e diversità all'interno di un quadro coerente. Ecco perché il modello presupposto dal progetto di legge è totalmente inadeguato. Confonde le competenze sui beni, espropria i territori, non detta regole, costruisce un comitato scientifico sovrabbondante e tutto istituzionale, dà una risposta sbagliata alle esigenze dei lavoratori del settore: di tipo assistenzialista dopo aver sfruttato il lavoro per decenni, non di rado senza i profili necessari, togliendo la possibilità di concorsi e gare trasparenti. Si chiuderebbe ogni possibilità di sviluppo del settore - come nel passato - per diverse generazioni. Alla casta ciò naturalmente non interessa. Ai lavoratori cognitivi sì. E oggi i cittadini sono più attenti.