Com'è possibile che Firenze abbia dimenticato la lingua usata dai suoi padri, Brunelleschi primo fra tutti, per immaginarla e costruirla? Com'è che non sa legare passato e presente, né tanto meno avere un'idea di futuro, e si barcamena tra un simbolismo morto, soffocato da un turismo di massa becero, e il degrado di alcuni luoghi perfetti come piazza di Santissima Annunziata che si sgretola nel silenzio? Passeggiando nella città madre del Rinascimento, un dolore, una furia ha afferrato Luca Doninelli, scrittore, polemista, critico, etnografo della narrativa, osservatore pensante di metropoli (Cattedrali, e Scritti insurrezionali su Milano), con casa a Milano ma figlio di una fiorentina, pronipote di Ottone Rosai, nipote di un altro fiorentino ateo e comunista che mostrandogli Firenze gli ha rivelato per sempre, a lui, strano cattolico 58enne che ha dedicato la sua tesi di laurea a Foucault, la felicità e la "rivelazione" (la fede?) donata dalla bellezza. Ne è nato un pamphlet Salviamo Firenze (Bompiani) arrabbiato e innamorato, un j'accuse rinnovato ogni volta mentre ci racconta e passa attraverso le tappe del Rinascimento, considera il benefico ma stravolgente peso che ha avuto il vedutismo anglo-americano, guarda le infinite pietre dello scandalo: la coda infinita che aspetta di vedere il David di Michelangelo e intanto imbratta i muri, via Cavour abbandonata agli shop cinesi, l'isola d'oro di Palazzo Pitti, Palazzo Vecchio, Palazzo Strozzi, il Duomo inondata di pizze al taglio con tanto di macchinette che scodellano spaghetti al pomodoro (!!!), decine di vie storiche stravolte, prive dell'artigianato di un tempo e piene di brutte botteghe insulse, Palazzo Rucellai tappezzato di vetrine Etro senza una citazione di Leon Battista Alberti, il brunelleschiano S. Spirito (come SS. Annunziata) lasciato al nulla... Che spreco! Che dolore! Per Doninelli solo dei gesti choc possono terremotare beneficamente la situazione. Le sue proposte? Fare un tempio Apple di Palazzo Strozzi per dirne una, portare il David al Louvre (ma non lo dice sul serio), fare ex-novo la facciata di San Lorenzo (che non ce l'ha), affidare a un'archistar un percorso turistico che rivaluti dimenticati gioielli preziosi (Santa Felicita con il Pontormo ad esempio, nessuno va a vederla, e così perfino il Carmine col suo Masaccio), costruire un parco che colleghi la stazione di Michelucci a Santa Maria Novella... Quando ha deciso di scrivere il libro, cos'è che l'ha sdegnata? «Era un giorno di maggio. E per allontanarmi dalla calca del centro mi sono rifugiato in SS. Annunziata. Era vuota come sempre. La pavimentazione sconnessa. Sporca. I muri trasandati. Sono arrivati due giapponesi: cercavano San Marco sulla cartina. Pieni di macchine fotografiche, non hanno fatto neppure uno scatto, non hanno guardato dove erano. Vada per i giapponesi, ma perché in quel luogo che è l'atto di nascita del Rinascimento, firmato Brunelleschi, non ci portano neppure una gita scolastica? È terribile». Lei dice che guardare quella piazza, e ancor di più la Cupola del Duomo è come trovarsi di fronte al Big Bang. «Non so niente di astrofisica, ma in un libro ho visto la forma dell'universo nei primi istanti di vita: è uguale alla Cupola. Ho capito ancor di più che ha qualcosa di primigenio, un linguaggio universale, un po' come la parola mamma». Dice che il Rinascimento stesso è stato un Big Bang. «La stessa parola architettura nasce lì. E a me è stato insegnato il Rinascimento come una rivoluzione nata non dalle corti, ma nei mercati, tra la gente comune, non a caso il suo primo frutto sono stati gli Innocenti di SS. Annunziata, il primo orfanatrofio della storia, per i poveri. Ed è fantastico che in una civiltà occidentale, dove dai tempi di Platone prevale il lavoro intellettuale su quello manuale, il più grande rinnovamento di tutti i tempi sia nato dal basso, tra la gente di bottega, tra chi maneggiava marmo e pestava i colori». Qual è il segno di declino che la colpisce di più? «Forse quello di piazza S. Spirito, con i gradini smangiati dal tempo e dai piccioni. Qui una città che avrebbe da raccontare una storia brunelleschiana straordinaria non racconta nulla. Tutto l'Oltrarno, salvo Pitti e via de' Bardi sono vuote. Perché non affidano a Piano un camminamento che rivaluti tutta la zona, anche quelle meraviglie di Costa San Giorgio, via San Leonardo per esempio? ». Non ci sono i soldi, le risponderebbero. «Nessuno li ha. Ma il rapporto pubblico privato va ripensato. A Palazzo Rucellai, per dirne una, dovevi impedire che il marchio d'abbigliamento che l'ha preso gestisse totalmente le vetrine: permettigli sì di avere il palazzo, ma imponigli le tue condizioni. E così anche ai negozietti di chincaglierie: contratta la destinazione d'uso, contratta l'affaccio. E poi sa che? Se non ci fosse stato il Rinascimento non ci sarebbe stato neppure Steve Jobs, cultore del bello e del nuovo: io ai suoi eredi venderei Palazzo Strozzi per un grande tempio Apple, la nuova faccia della Rinascenza. Firenze deve farsi valere senza paura del privato ». Qual è per lei la più importante causa del declino? «Agosti direbbe l'incapacità di elaborare il lutto della perdita della propria centralità, che in fondo inizia quando Michelangelo va a Roma nel 1530. Il baricentro della cultura si spostò per sempre. E i fiorentini si bloccarono sui capolavori antichi, sul simbolismo sempre più muto. Le città moderne devono sapersi ripensare. E Firenze deve osare immaginarsi, o morirà».