C'È UN sottile distinguo che costituisce una remora intellettuale delle più dure a morire: che l'architettura possa solo essere bella o brutta; cioè in buona sostanza che tutte le sue istanze si giochino alla fine attraverso il suo appeal estetico e lì trovino una compiuta espressione e rappresentazione. Ma attraverso una tale visione si trascurano gli innumerevoli altri significati che l'architettura ha assunto nei secoli e continua ad assumere, anche quando è il risultato di evidenti operazioni di marketing, come spesso accade oggi. In altre parole, se un'architettura mostra un aspetto esteticamente accattivante si dà per scontato che essa abbia superato ogni limite e ogni difficoltà tecnica, economica, distributiva, funzionale, di rispondenza e servizio sociale, di rapporto con l'ambiente circostante, di conformità urbanistica; sia cioè un'architettura "riuscita". Si assume insomma che la bellezza architettonica, o almeno ciò che possiamo valutare giudicando la pelle dell'opera, insieme ai riferimenti formali cui in qualche modo s'ispira, risolva in sé ognuna delle tante contraddizioni che ogni progettista ben conosce come presenti nel suo lavoro quotidiano. Ciò fa torto non solo alla complessità di un lavoro che è fatto di ben altre sofferenze, che non sono rappresentabili con quelle vaghe espressioni di compiaciuta levità, tanto care agli esponenti dello "star system" nazionale e internazionale. Ma soprattutto fa torto all'autentica capacità progettuale, che non è legata a un facile gioco formale, al suggerimento, all'idea, ma si misura con la concretezza di quelle istanze, avendo sempre ben presente il risultato, che è e deve essere di piena consapevolezza del ruolo sociale e comunitario dell'architettura. Così non è stato per le Vele di Secondigliano, così non fu per l'auditorium di Ravello, così non è per la stazione di piazza Nicola Amore, per fare tre esempi vicini a noi come problemi e novità. Nel primo caso, è inutile sostenere che il progetto di Di Salvo sia stato tradito. Si tratta di una scorciatoia che risponde sempre a quella stessa ipocrisia sopra accennata: l'architettura deve salvarsi comunque, in quanto frutto dell'attività "artistica" del progettista. Si dice inoltre che non è dimostrato il nesso tra l'architettura e il condizionamento ambientale; il che è ben strano, se poi affermiamo giustamente, con William Morris, che tutto è architettura, eccettuato il puro deserto. Diciamo forse, con maggiore verità, che l'architettura fornisce l'occasione; e nel caso delle Vele sappiamo anche che si è trattato di un'occasione che ha celebrato l'avvilimento della condizione suburbana, ovvero un'occasione perduta. Ma nel caso della nuova stazione di piazza Nicola Amore? Qui siamo di fronte a un conclamato episodio di riciclaggio di un progetto già fatto: Fuksas, che si muove spesso con la grazia e la leggerezza di un elefante, aveva già colpito nel "two miles pedestrian squallor" della Fiera di Rho, dove una sconclusionata ma tecnicamente interessante copertura si prolunga all'infinito, a "segnare" uno spazio che non c'è, e che non ci sarà mai, lasciando i poveri fruitori a cercare disperati una spiegazione alla necessità di uno spazio fieristico che invece di svilupparsi in modo policentrico, in vista della sua polifunzionalità, costringe tutti a delle splendide camminate nel nulla. Anche lì c'è un'armatura di lega speciale con pannelli di vetro. Il vetro che tutto rende "moderno" e insieme ovvio. Ma com'è possibile che qui una simile banalità debba costare "solo" 60 milioni, come un quotidiano locale ha il coraggio di scrivere? Leggo, nel commento di lunedì di Sergio Stenti, che condivido, che il primo progetto prevedeva un solaio interrotto da singoli lucernari. Almeno avremmo ripristinato al suo posto la statua del sindaco più noto di Napoli. Si scrive anche che la stazione è permeata di storia; ma qui la storia è negata deliberatamente, a favore esclusivo dell'archeologia. E ciò non va, anche se si trattasse della tomba di Tutankamen. È un vero peccato che l'affidamento a progettisti così diversi e così diversamente acculturati stia per produrre un vero pasticcio anche lungo l'asse del Rettifilo. La sola piazza della Borsa, riuscita espressione di compiuto decoro urbano anche se la statua risulta un po' fuori scala non riscatterà la confusione funzionale e formale di piazza Garibaldi, né il geode di cristallo e le megapoltrone di pietra del sinistro architetto in dolcevita nero.