DI TERMOVALORIZZATORI nemmeno vuol «sentirne parlare». Per i fondi europei vuole creare una cabina di regia e dare più spazio ai Comuni, mentre è convinta che il personale regionale vada riorganizzato e che l'agricoltura possa spiccare il volo tornando a pensare al mercato interno «con prodotti a chilometro zero». Giovanna Marano, sindacalista "pasionaria" della Fiom in corsa per la poltrona di governatore, lancia la sfida ai rivali rispondendo ai quesiti emersi dalla inchieste di Repubblica. E lo fa puntando su una ricetta dal titolo semplice: «Sostenibilità ». Come pensa di declinare questa parola nel settore dei rifiuti? Lo sa che si troverà di fronte una situazione di caos gestionale, con Ato in liquidazione affossati da un debito da un miliardo di euro e nessun impianto di smaltimento della spazzatura, che quindi finisce ancora al 90 per cento nelle discariche? «Dobbiamo mettere subito fine al business delle discariche e dei termovalorizzatori. Voglio abrogare il piano Lombardo e tornare a una gestione ordinaria del settore. Basta applicare le norme esistenti per incentivare la raccolta differenziata e la realizzazione degli impianti di riciclo. Per far questo si possono utilizzare i fondi europei e le risorse che le imprese sane in questo settore potrebbero investire per creare un'economia dei rifiuti sostenibile. Esattamente come avviene nel resto d'Europa: gli affaristi, mafiosi e paramafiosi, se ne facciano una ragione». Ma la gestione dei rifiuti a chi deve essere affidata? La riforma approvata nel 2010 deve essere portata a termine? E come pensa di utilizzare i 13.500 addetti del comparto, di cui appena il 60 per cento va in strada? «Faremo delle società consortili di proprietà dei Comuni, che quindi avranno diritto d'incassare eventuali utili di esercizio. Gli enti locali devono poi incentivare un'economia sana in questo settore, che può dare molto lavoro ai giovani. Il personale esistente va riqualificato, applicando un piano ordinario: dovranno essere formati per la raccolta porta a porta, per il decoro urbano e la pulizia di spiagge, mercatini rionali e giardini». Lei parlava di fondi europei. La Sicilia ha speso appena il 15 per cento degli oltre 6 miliardi arrivati da Bruxelles per la programmazione 2007-2013. La spesa è dispersa in mille rivoli e mancano i controlli. Come si fa a mettere ordine in questo caos? «Serve un'idea chiara di sviluppo per chiudere la stagione dei finanziamenti a pioggia. Io dico basta al centralismo clientelare della Regione. Occorre dare spazio ai territori e agli enti locali, con un cabina di regia a livello centrale. Le risorse della Regione vanno concentrare al cofinanziamento di grandi opere, dalle autostrade nella Sicilia Orientale ai porti in quella Occidentale. Occorre pensare a iniziative che coinvolgano i giovani per lo sviluppo di piccole imprese, e finanziare anche eventi che possano aiutare a rilanciare l'immagine della Sicilia: ad esempio sono contraria a colpevolizzare in blocco le sagre che possono attrarre turisti. La burocrazia deve essere trasparente: i cittadini devono sapere chi ha fatto cosa e come sono stati spesi i soldi. Ma anche che impatto hanno avuto sul territorio». Lo sa che si troverà di fronte una burocrazia disorganizzata e con un numero record di dipendenti? La riforma Chinnici, che detta i tempi della burocrazia, è rimasta solo sulla carta e ancora le pratiche in alcuni casi si fanno a mano, nonostante i milioni di euro spesi in Sicilia e-Servizi. «La riforma dei dipartimenti va rivista, eliminando la moltiplicazione delle postazioni dirigenziali e puntando su un assetto organizzativo che riduca i passaggi da un ufficio all'altro. L'informatizzazione è stata un grande buco nero servito solo per fare affari con i nostri soldi. Sicilia eServizi va chiusa subito, e le competenze affidate a risorse interne». E sul personale, cosa intende fare? «Vanno ridotti i dirigenti, inviandoli nei Comuni che ne hanno una grave carenza. Il personale va riqualificato e i precari, riserva di caccia elettorale, devono essere stabilizzati. Le consulenze vanno fatte solo in numero limitato». Passiamo alla formazione. Come pensa d'intervenire in un settore che costa 400 milioni di euro, ha 10 mila dipendenti in enti spesso gestiti dalla politica, il tutto per un sistema che non crea occupazione? «Gli enti di formazione vanno ridotti e le risorse affidate solo agli organismi che dimostrano di fare corsi che poi aiutano i disoccupati a trovare un lavoro. Con gli accorpamenti degli enti, il personale in esubero va accompagnato alla pensione o a nuova occupazione. Occorre poi un norma che obblighi alla massima trasparenza sulla proprietà di questi enti: i deputati possono avere imprese, ma i cittadini devono saperlo». Un altro settore finanziato dalla Regione fa acqua da tutte le parti, quello dei beni culturali. Dalle nostre aree archeologiche e dai nostri musei, incassiamo meno della sola Pompei. I siti sono affollati di custodi e precari, ma non si riesce a tenerli aperti il sabato e la domenica, e non ci sono soldi per la manutenzione. Per invertire la rotta, occorre aprire ai privati? Come si fa a trovare risorse? «Si deve riorganizzare in toto la gestione dei siti culturali. Ci vuole una norma sui musei locali e i siti devono avere autonomia finanziaria. I servizi aggiuntivi vanno affidati a giovani under 30 e, rendendo operativi i teatri antichi da maggio a settembre, si potrà creare un grande circuito classico. Inoltre vorrei creare un logo e un sito internet per ogni sito, con cui caratterizzare il design definito magari da giovani designer siciliani. I musei devono rimanere aperti dalla mattina alla sera. Con il coinvolgimento dei privati e il project financing si possono attrarre risorse per la manutenzione di tutti beni». L'ultima nota dolente. Il settore dell'agricoltura, il principale comparto economico dell'Isola, in dieci anni ha perso 200 mila posti di lavoro. Gli agricoltori sono schiacciati dalla grande distribuzione che impone prezzi da fame, ma allo stesso tempo si sprecano risorse: fondi europei a pioggia e una Regione che mantiene carrozzoni come Esa e Consorzi di bonifica. «Occorre mettere fine al modello assistenziale dei fondi europei per l'agricoltura. I fondi vanno utilizzati dalla Regione per incentivare l'innovazione dei prodotti, puntando a creare poi filiere brevi per la commercializzazione: dobbiamo sostenere l'offerta diretta al mercato interno e le nostre eccellenze per le esportazioni in Italia e all'estero. Ci sono troppe etichette Dop o Igp, assegnate per motivi politico-clientelari. Sono per un marchio unico regionale che imponga i prezzi alla grande distribuzione, e per la creazione di una task force destinata ai controlli alla frontiera per evitare falsificazioni. I fondi europei servono poi per creare infrastrutture, come un centro d'imballaggio dei nostri prodotti. Presenterò infine una legge sui biologico. Insomma, ho bene in mente le cose da fare».