Perché Urbani non funziona Cinema, teatro, musica, danza escono spossati e indeboliti da 3 anni di cura del governo Berlusconi, e il 2005 si prospetta ancora più incerto. Non solo tagli però: un sistema spettacolo che da anni chiede la possibilità di programmare l'attività con anticipo è sottoposto a un umiliante tira e molla sull'entità delle risorse, comunicate quasi sempre quando l'anno di esercizio è oramai finito. La mancanza di strategia, sonetto, da vaghe formule sulla liberalizzazione del mercato, si è concentrata nella progressiva deregolamentazione dei finanziamenti, sempre più dipendenti dalla volontà del ministro e scavalcando le normali procedure. Analoga deregolamentazione vorrebbe essere estesa agli organici stabili, siano essi orchestre, cori, maestranze teatrali: non a caso una proposta di legge che azzera i contratti dei professori d'orchestra e introduce la mobilità territoriale - insomma i licenziamenti - sarà in discussione al Senato giovedì. L'introduzione, come criterio di finanziamento, del reference System che premia i più famosi e i più ricchi sta trasformando le attività culturali in mero intrattenimento. Proviamo a ripercorrere i finanziamenti dello Stato allo spettacolo nel quinquennio 2001-2005. L'ultima finanziaria varata dal centro-sinistra - governo Amato - è del dicembre 2000: il Fondo unico dello spettacolo (Fus) nel 2001 raggiungeva i 516.456.899 euro; per il biennio 2002-2003 era previsto un aumento a 521.621.468 euro. Subentrato il governo di centro-destra di Silvio Berlusconi, per il 2002 il Fus è stato fissato in 500.990.000 euro, già con una flessione rispetto alle previsioni del centro-sinistra, e in corso d'anno implementato a 512.990.000 euro. Nel triennio successivo l'erosione è divenuta galoppante: nel 2003 il Fus si abbassa a 506.629.000 euro. Nel 2004 scivola a 500.000.000 euro. Nel 2005 il tracollo del Fus è a 464.589.660 euro. Tuttavia nell'ultimo triennio i finanziamenti per lo spettacolo sono stati maggiorati grazie ai cosiddetti fondi-extra Fus: provenienti dall'Arcus, società che gestisce il 3 dei finanziamenti delle «grandi opere» nonché da una percentuale degli introiti del gioco del Lotto. Si sarebbe dovuto trattare di un bel mucchio di soldi sufficiente a risolvere i problemi del patrimonio e delle attività culturali: però come spesso capita al governo Berlusconi, le previsioni si sono dimostrate troppo rosee. Ma soprattutto l'erogazione dei fondi Arcus e Lotto dipende direttamente dal ministro dei Beni e delle attività culturali, sfuggendo al controllo pur blando delle Commissioni ministeriali e ubbidendo così a logiche politiche che troppo spesso non possono essere verificate in corso d'opera. È significativo che nella recente audizione alla Commissione cultura della Camera dei deputati Urbani non è stato in grado di quantificare, tra Fus e extra-Fus, l'ammontare dei finanziamenti per lo spettacolo per l'anno in corso: la sensazione è che oltre a una veloce erosione, i fondi siano soggetti a una notevole dispersione. La scure sui fondi Anche le stelle, che l'immaginario collettivo consegna a mondi dorati, scendono in piazza con l'acqua alla gola. Per il cinema, il teatro, la musica e la danza ci sono sempre meno risorse e il futuro è nero. Il regista del disastro ha soprattutto un nome: quello del ministro dei Beni e attività culturali, Giuliano Urbani. Lui, responsabile di tanto disinteresse, è interlocutore così inaffidabile da essere scavalcato a pie' pari dalla rappresentanza dell'Agis che, dopo aver organizzato ieri mattina una manifestazione in piazza del Pantheon e poi al teatro Argentina di Roma, si è rivolta direttamente al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Di certo con grande imbarazzo del governo, tra gli artisti in rivolta contro i tagli al Fondo unico per lo spettacolo e un vicepresidente di An della Commissione cultura alla Camera, Guglielmo Rositani, che non risparmia una steccata a Urbani, che avrebbe pagato la sua amicizia con Berlusconi con la rinuncia ad esigere risorse adeguate per la cultura. Per questo quando qualche ora prima, all'Argentina, la voce roca di Giorgio Albertazzi si ferma sull'ultimo passo delle Memorie di Adriano, dalla platea scroscia un fragoroso applauso. «Cerchiamo di entrare nella morte ad occhi aperti». Parole che risuonano di un significato nuovo. È mezzogiorno e, per la protesta organizzata dall'Associazione generale italiana dello spettacolo, il teatro, in cui campeggia anche uno striscione della pace, è gremito da un pubblico di artisti, attori, professori d'orchestra, registi, ma anche parlamentari e cittadini. Circa settecento persone protestano contro i tagli e la colpevole indifferenza dimostrata dal governo. «La cultura costa, ma l'incultura costa di più», recita lo striscione appeso alla facciata del teatro. Ci passa sotto la folla bagnata che si infila nel foyer, dove finisce il corteo partito poco prima dal Pantheon. Un trampoliere spicca sopra la distesa di ombrelli, mentre sotto la pioggia il grido d'allarme e l'umore nero si sono mescolati alle note festose dell'arte di strada. Calzato sulla mano di un giovane attore, il burattino Fagiolino, eroe della tradizione popolare romagnola, grida con voce stridula: «Da quattro anni ce la passiamo proprio male. I teatri non han più soldi e non ci chiamano più». Insieme a Carla Fracci ci sono Carlo Verdone, Gigi Proietti, Leo Gullotta, Lello Arena, Giuliano Montaldo, Gillo Pontecorvo, Citto Maselli, Alberto Francesconi, Pamela Villoresi e tanti, molti altri. Tra i politici ci sono, di persona, il segretario Piero Fassino e Giovanna Melandri dei Ds, Pecoraro Scanio presidente dei Verdi, Silvia Costa della Margherita, Gabriella Pistone dei Comunisti italiani, gli assessori alla cultura del Campidoglio Gianni Borgna e della Provincia di Roma Vincenzo Vita. E si capisce che la situazione è davvero drammatica, se ha spinto l'Agis fino a promuovere una vertenza di cui uno dei nodi centrali è la sforbiciata al Fondo unico per lo spettacolo, ridotto di 35 milioni di euro, tanto da ritornare ai livelli del '98 e scendere a 464 milioni. «L'Italia - interviene Fassino - che ha questo straordinario patrimonio di beni culturali e di risorse di creatività, ha bisogno di risorse maggiori, non di tagli. Usare il decreto "tagliaspesa" per questo settore è assurdo, poiché non di spese si tratta, ma di investimenti. La cultura è un fattore di crescita e di rilancio, così avviene nelle nazioni più progredite». «Se anche si mettesse una pezza ai tagli, la disattenzione dei politici per la cultura, un bene indispensabile per un paese civile, resta gravissima. Ormai la cultura è un'emergenza. Ma stiano attenti - afferma il regista Maurizio Scaparro - il teatro è sopravvissuto a ben altro, ai regimi e ai tempi in cui ci seppellivano in terra sconsacrata. E il nostro pubblico è più numeroso di quello degli stadi». Sulla stessa lunghezza d'onda Carla Fracci, già intervenuta nei giorni scorsi su l'Unità per dare l'allarme. Un esempio le basta: «Al Teatro Nazionale (sede distaccata dell'Opera di Roma, ndr) il balletto è stato completamente soppresso. Si è passati da 36 spettacoli dello scorso anno a niente». Dietro questi tagli molti vedono una precisa strategia, con l'obiettivo di zittire le voci che hanno sempre raccontato la realtà attraverso infiniti linguaggi. «Il punto è proprio questo -afferma il regista Citto Maselli - basta pensare alla legge sul cinema, passata a colpi di maggioranza, che ammazza il cinema. Prima si potevano produrre 100 film l'anno, adesso 30 e solo di autori già affermati sul mercato». Assurdo. In serata, infine, l'Agis riferisce che Letta avrebbe indicato una nuova strada: reintegro dei fondi oltre a un aiuto attraverso la società Arcus, creata per reperire finanziamenti tramite i cantieri delle infrastrutture. Si vedrà.