Scoperte archeologiche: i reperti provano che si trattava di un santuario legato alla fertilità. Migliaia di ex voto del IV secolo a.C. dentro una grotta ai castelli romani considerata sacra: un importante tesoro è stato scoperto, prendendo i ladri-speleologi, già in azione, con le mani nel sacco Un tesoro nascosto tra rupi di peperino, tipico dei colli albani, e la vegetazione, così lussureggiante da evocare habitat tropicali: felci, verzure, giganteschi bambù che connotano la sacralità del luogo. Siamo in località Pantanacci, al confine tra Lanuvio e Genzano, nel territorio dei Castelli romani. E la grotta colma d'acqua incastonata tra le rocce racchiude la stipe votiva di Giunone sospita (salvatrice). A scoprire il sito, che all'interno custodisce migliaia di ex voto databili tra il IV e il II secolo avanti Cristo, è stato il gruppo tutela patrimonio archeologico della Guardia di Finanza. «Tramite l'attività di controllo degli scavi clandestini», spiega il comandante, Massimo Rossi, «abbiamo individuato l'area e trovato tracce di terra smossa e frammenti di terracotta sparsi nelle immediate vicinanze». Sulle tracce di quattro tombaroli, tutti incensurati e con affari nell'edilizia, i militari delle Fiamme gialle sono risaliti al luogo di straordinaria importanza per la quantità e la qualità dei reperti. Complici strumenti d'indagine vecchio stile: «i miei uomini si sono appostati nel bosco di notte con gli infrarossi per oltre un mese», racconta il maggiore Rossi, «fino Indiana Jones all'italiana caccia al tesoro nella cartina, l'indicazione della località in provincia di Roma, fra Genzano e Lanuvio, dove si trova la grotta in cui è stata scoperta la stipe (cioè l'insieme di oggetti offerti a una divinità e ritrovati in fosse o depositi in aree sacre) votiva dedicata a Giunone: la Guardia di Finanza ci è arrivata monitorando gli scavi clandestini. A cogliere i tombaroli con le mani nel sacco». I ladri-speleologi, sorpresi in flagranza, rischiano il processo per i reati di scavo clandestino e danneggiamento e per violazione in materia di ricerca archeologica e impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato (del caso si occupa la procura di Velletri, ndr). Messa in sicurezza. Ricchissimo il bottino recuperato dalla Guardia di Finanza, tra opere sequestrate nelle abitazioni degli indagati e quelle ancora accatastate nella grotta. Non solo: è probabile che quelli più pregiate abbiano già valicato i confini. «La maggior parte dei reperti trafugati confluisce in Svizzera, porto franco: Ginevra è un supermarket». Il materiale salvato dal traffico illegale, per ora, giace nei depositi della Gdf a Tor Sapienza: oltre 400 pezzi, non ancora catalogati e sistemati su scaffali metallici per tipologie anatomiche. I più piccoli, statuine fittili o frammenti di ceramica, sono avvolti nella paglia dentro scatole di cartone. I militari, oltre ai numerosi manufatti in terracotta, hanno sequestrato anche quattro metal detector e un generatore collegato a un'idropompa per aspirare l'acqua (la grotta presenta cunicoli di captazione di falde sotterranee, ndr). «Sul posto abbiamo rinvenuto numerosi indumenti da lavoro, tra cui tute idrorepellenti e vari cambi, segno che la squadra, prima del nostro intervento, ha lavorato a ritmi serrati e con tecnica da professionisti». Della stipe, nei prossimi mesi, si occuperà la Soprintendenza per i beni archeologici del Lazio. L'obiettivo è fare presto, per mettere in sicurezza il sito ed evitare nuove incursioni. La squadra di esperti per l'Università La Sapienza il professor Fausto Zevi, per la Soprintendenza il direttore archeologo Giuseppina Ghini, per la città di Lanuvio il comune e il museo civico inizierà a scavare entro la fine di settembre. «Per il clima non è certo il periodo ideale», ammette Ghini, «ma dobbiamo intervenire in modo tempestivo». La accompagniamo, in anteprima per sette, nel sopralluogo preliminare all'apertura del cantiere. Tra i cespugli, troviamo una sfera di terracotta simile a una cipolla (l'ex voto di una vescica). L'accesso alla grotta, da quando i tombaroli hanno interrotto il dragaggio, è sommerso dall'acqua: per arrampicarsi su uno dei tunnel, servono le calosce. Alla fine del cunicolo, si intravede un'ampia camera con teste ortive, frammenti di vasi, arnesi da lavoro abbandonati dai cercatori abusivi. Altri due ambienti comunicanti dovranno essere portati alla luce durante la campagna di scavi «si tratta di una fossa votiva in acqua», illustra Ghini, «dedicata al culto di Giunone sospita, divinità poliade attestata nell'omonimo santuario di Lanuvio». La tradizione vuole che alla "magna mater" rappresentata con un mantello di pelle di animale, calzari etruschi (calcei repandi) e serpente una vergine portasse una focaccia: se il rettile la mangiava il raccolto sarebbe stato propizio, altrimenti le messi non avrebbero dato frutto. Una testa della dea, proveniente dalla collezione Dionigi di Lanuvio, fu trafugata negli anni 6o per riapparire, come testimonia l'archeologo Filippo Coarelli, in una mostra a Basilea nel 1975: segnalata alla comunità scientifica, scomparve di nuovo. Strana concentrazione. Altro elemento connotativo del luogo è l'acqua: «potrebbe essere stata scelta per le sue proprietà terapeutiche», immagina il professor Zevi, «lo sapremo dall'analisi dei campioni». La numerosa presenza di calchi di uteri fa, inoltre, supporre che fosse un santuario femminile legato alla fertilità. Ma il dato, in assoluto, più interessante è la grande quantità di cavi orali: «da quanto mi risulta», precisa Ghini, «sono inediti, non attestati in altri siti o su fonti documentali». Si può ipotizzare, anche in questo caso, un nesso con il potere taumaturgico (vero o presunto) della sorgente: ritenuta efficace per la cura di malattie come la difterite o altre infezioni dell'apparato respiratorio. Gli enigmi da svelare non riguardano solo la funzione sacrale, o le possibili stratificazioni preromane inglobate dal nuovi conquistatori: a incuriosire gli esperti è la particolarità del luogo, per le caratteristiche idrogeologiche e naturalistiche. All'interno della grotta, per esempio, sono state rilevate tracce di cenere: «lo storico Tito Livio», ricorda Girini, «narra che qui si abbattè una pioggia di lapilli. E' possibile che siano rimasti segni dell'antica attività vulcanica». Quel che è certo è che lo scrigno portato alla luce dalla Gdf si inserisce in un contesto ricchissimo di testimonianze: a un centinaio di metri un'altra stipe votiva, a est il santuario di Giunone sospita sul colle San Lorenzo, più in là la necropoli delle tre cappelle, una cava e, probabilmente, una villa romana. Un'area di dimensioni, tutto sommato ridotte, con un'altissima concentrazione di reperti: segno che gli antichi dovevano attribuirle virtù sovrannaturali. Lo confermerebbero chissà se a ragion veduta, o rapiti dal genius loci le cronache dei tombaroli: convinti che il culto di Giunone sospita sia nato a Lanuvio e che il bosco dove è stata scoperta la fossa votiva abbia uno speciale microclima, con fauna e vegetazione sui generis. Non solo: è probabile che, in linea con la tradizione delle vergini offerenti, sul posto si svolgessero sacrifici. I primi riscontri si avranno tra qualche mese: i ricercatori, dopo la messa in sicurezza del sito, potranno intervenire. I detective delle fiamme gialle, nel frattempo, non molleranno la presa «questo è stato uno dei rari casi in cui siamo riusciti a cogliere i tombaroli in flagrante», confidano. «La grotta gli ha fatto da trappola. Dopo un mese di appostamenti, abbiamo acquisito una certa dimestichezza». Gli aspiranti Lupin col vezzo dell'archeologia sono avvisati.