Dopo il decreto su Brera è polemica sull'arrivo dei privati da Siena ad Aquileia. Ma le prime esperienze sono positive. Venezia, piazza San Marco. Secondo piano del Museo Correr: ascensore nuovo, porte di cristallo, salottino, un gruppetto di colletti bianchi in attesa della direttrice della Fondazione Musei Civici di Venezia, che unisce pubblico e privati. Sempre Venezia, campo degli Apostoli, ma in una struttura statale, l'ufficio del Sovrintendente. Per arrivare a lui si passa attraverso una calle strettissima, in fondo c'è un portone di vetro scheggiato. L'ascensore è rotto. Al terzo piano, però, si apre una meravigliosa sala settecentesca, semivuota, quasi abbandonata: l'architetto Ugo Soragni ha in mano uno dei più ricchi patrimoni al mondo, ma zero soldi e molta polvere. Stessa città, due scene diverse: praticamente la rappresentazione plastica di un dilemma che sta dilaniando l'intelligentzia nostrana. E che è esploso quando il ministro Corrado Passera ha messo nero su bianco, nel Decreto per lo sviluppo, la creazione della Fondazione Grande Brera, con ciò aprendo alle imprese private la pinacoteca più importante del Nord Italia. Le belle sale del Museo Correr ospitano uno dei pochi esperimenti di gestione mista di un grande patrimonio, quello degli undici musei civici di Venezia: Tiziano, Veronese, Tiepolo, Tintoretto, sculture di Canova, affreschi del '700, manoscritti di Goldoni, capolavori di Medardo Rosso, Morandi, de Chirico, Carrà, Kandinsky, Mirò. La fondazione a Venezia funziona, e non stupisce che Passera abbia immaginato per Brera un futuro indipendente secondo questo modello. Al centro della vicenda c'è l'articolo 8 del decreto legge "per la crescita del Paese" firmato dal premier Mario Monti il 22 giugno, che stabilisce la nascita della Fondazione La Grande Brera: un nuovo ente a capitale misto pubblico e privato pensato per «aumentare l'efficienza» del museo. Ma mentre il ministero procede a tappe forzate (l'accordo con la giunta Pisapia, fondazione Cariplo e Camera di Commercio è stato già definito) un gruppo di intellettuali, tra cui Salvatore Settis, Alberto Asor Rosa e Carlo Ginzburg, hanno inviato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una lettera di denuncia. Per i promotori della petizione, La Grande Brera sarebbe un tentativo di privatizzare i maggiori musei italiani. A dire il vero, l'operazione Brera non è che la declinazione di una legge che esiste dal 2001 e che consente al ministero dei Beni culturali (Mibac) di diventare socio di enti locali e aziende per gestire il suo patrimonio quando mancano risorse ed energie. Proprio come è accaduto a Torino, dove il Museo Egizio, la più, grande collezione di egittologia al mondo dopo I1 Cairo, è passato nel 2005 dalle mani del ministero a quelle di un consiglio di amministrazione. Il patrimonio rimane pubblico, ma la gestione diventa "privata" e indipendente. In questo modo, ad esempio, si è potuto finalmente mettere mano all'obsoleta esposizione della magica Tomba di Kha e Merit, una coppia di sposi vissuti nel 1400 avanti Cristo: prima in una teca, relegata in un angolo seminascosta, ora dispiegata in una stanza tutta per sé e in un percorso che rende fruibili i 506 oggetti di uso quotidiano sepolti con gli amanti e rimasti inviolati per secoli. E oggi a Torino è tutto un trapanare e picchettare, per quei lavori di restauro ed ampliamento che il museo Egizio aspettava da anni e che costeranno 50 milioni di curo, finanziati per metà da Compagnia di San Paolo. Perché Torino e i torinesi da quando a gestire l'Egizio c'è la Fondazione sembrano essersi innamorati della civiltà faraonica: i biglietti strappati sono raddoppiati (solo nel 2006 sono cresciuti dell'86 per cento) e il fatturato nel 2011 è arrivato a un milione e 715 mila euro. Cos'è cambiato? «Tutto», sostiene la direttrice del musco, Eleni Vassilika, passeggiando con aria militare lungo il corridoio dello Statuario, sotto lo sguardo di Tutankhamon, Ramesse II, il dio Amon, o Sekhmct: «Dagli allestimenti ai servizi didattici, passando per banalità essenziali come fornire spiegazioni bilingue nelle sale e un sito Web fatto come si deve». Insomma, tutte misure a basso costo, che avrebbe potuto fare anche il ministero. Ma per la direttrice non è solo questione di fondi: «Per essere efficienti serve autonomia. Se c'è un problema lo risolviamo subito, non dobbiamo aspettare l'ok di Roma». Come a dire che il sistema pubblico ha tempi e costi che rendono impossibile una buona gestione delle risorse. Perché, sostiene Alessandro Leon, ricercatore del Cles (Centro di ricerca sul lavoro, l'economia e lo sviluppo): «Se non si cambia la mentalità nell'apparato pubblico, rivolgersi a strumenti come quello delle fondazioni rimarrà l'unica soluzione per avere l'autonomia necessaria a rendere efficiente la gestione della cultura di un liberista, penseranno alcuni. Ma parole simili le dice, sommessamente, anche un dirigente pubblico: «Non possiamo prenderci in giro: l'amministrazione statale è in difficoltà sostiene Ugo Suragni, il direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici del Venero, dal suo immenso e vuoto ufficio a Venezia: - Al ministero lavorano poche persone con capacità manageriali". Professionalità che non mancano invece nelle fondazioni. Ma saperci fare con i numeri non tutto. Come sottolinea Danick Lupo Jalla, membro del Consiglio superiore dei Beni culturali: «Se si subordina al pareggio di bilancio il dovere culturale, finiremo per esser costretti a proporre iniziative che non corrispondono al valore dell'istituzione museo». Jalla riassume così le proteste contro il progetto di Passera per Brera. Ma, a sentire il sovrintendente Soragni, potrebbe essere solo una questione di lana caprina: "l'importante i che la tutela del patrimonio rimanga nelle mani del ministero., annota. Poi dà un'occhiata ai faldoni che lo aspettano sulla scrivania: "Le assicuro che anche i tecnici possono lavorare meglio se vengono liberati dal peso delle pratiche burocratiche". Eppure agli intellettuali in prima fila contro la nouvelle vague più che la gestione degli spazi interessa che i musei non perdano la loro funzione culturale. Vale a dire, interessa che a decidere siano gli specialisti e non i manager. Tanto che il "miracolo egizio" viene definito nella petizione a Napolitano, "un pasticcio.. Perché, sostengono Settis e gli altri firmatari, la direttrice di uno dei più importanti musei del mondo non dovrebbe essere eletta da un consiglio in cui non siede neanche un egittologo. E a dire il vero non chiara, a Torino, la funzione del comitato scientifico: è pieno di professori, ma nessuno sa cosa possano fare. Sarà anche senza scienziati, ma l'Egizio funziona. I visitatori sono in aumento e sono entusiasti, il fatturato pure. Perché, allora, a più di dieci anni dalla legge, le Fondazioni si contano sulle dita di una mano? Innanzitutto perché per avviare il processo di cambiamento serve una dinamicità sconosciuta nella maggior parte dei musei italiani: a Torino, tanto per fare un esempio, la transizione è durata più di sei mesi, con infinite discussioni sindacali e non. Ci vogliono energia e coraggio. Altrimenti per fare la Grande Brera non sarebbe stato necessario un decreto ad hoc. Energia e coraggio che hanno trovato a Bergamo per salvare il museo storico della città. Hanno costituito la fondazione e chiesto soldi alle industrie locali: ci sono riusciti, e la bandiera in seta di Giuseppe Garibaldi è restaurata e in mostra anche grazie all'Italcementi. E questo è il secondo nodo scorsoio: per creare una fondazione serve che qualcuno metta del capitale. C'erano dei progetti anche per Caserta e Pompei, ma poi sono mancati gli sponsor. Perché i musei costano... E sono costitutivamente in perdita, sostiene Stefano Baia Curioni, docente di analisi del management pubblico all'università Bocconi di Milano: «Ogni visitatore che paga un biglietto di sei euro ne costa in realtà venti. In tempi di spending review il ministro Lorenzo Ornaghi non ha paura di constatare che «il ministero il prossimo anno dovrà fare a meno di altri 50 milioni di euro. Di fronte a sei-sette strutture che riceveranno finanziamenti, ce ne saranno 600-700 che non ne avranno,dunque sarà fondamentale la compartecipazione dei privati». E pensare che dedichiamo alla cultura già soltanto lo 0,19 per cento della spesa complessiva dello Stato. Mentre altri Paesi anche di questi tempi incrementano l'investimento per l'arte: Stati Uniti e Germania hanno aumentato il budget del 7 per cento. C'è però un esempio al quale si può guardare per smentire l'idea che musei siano sempre, inesorabilmente, in perdita. Qui si pareggia il bilancio e si fanno addirittura degli utili da reinvestire nelle strutture. Siamo a Venezia, in quella Fondazione dei Musei Civici che lavora dal secondo piano del museo Correr, in piazza San Marco. Inaugurata nel 2008, ha ereditato la rete dei musei cittadini: undici sedi, tra cui Palazzo Ducale e Cà Pesaro ma anche i piccoli musei del vetro o del merletto, che solo con la nuova gestione hanno riaperto i battenti. Con più di due milioni di visitatori, la fondazione è un'impresa da quasi 26 milioni l'anno: «Nessuno ci guadagna», spiega il presidente, Walter Hartsarich, alle spalle una carriera da manager nella pubblicità, uno che chiama "clienti" i visitatori: «Ma noi lavoriamo e ragioniamo come un'azienda. investiamo in marketing,studiamo i consumi e perla prima volta abbiamo varato un business plan a tre anni». Eppure quella veneziana è una realtà pubblica che più pubblica non si può: unico socio è il Comune di Venezia. Che ha ben capito come oggi, per dirla con Mattia Agretti, segretario della Fondazione: «Serve rimboccarsi le maniche, e avere strategie di tipo aziendale: è l'unica soluzione possibile per gestire, e proteggere, le opere. E nel nostro interesse preservare il patrimonio: è il nostro prodotto sul mercato». Parlano come manager, ma il loro"pro-dotto" sono opere come la Giuditta II di Klimt o la sala delle Torture da cui scappò Casanova. E sottolinea Gabriella Belli, direttrice della Fondazione, a cui è arrivata da pochi mesi dopo vent'anni al Mart di Rovereto: Dobbiamo smettere di pensare ai privati come ai mercanti del tempio. Abbiamo bisogno di questi sostegni, tanto più che il patrimonio rimane pubblico. Parliamo di una ricchezza straordinaria, che merita di avere una gestione effìciente. Per la Belli, ciò che importa sono le regole, e un programma che riesca a combinare ricerca e attrattiva. Al centro a Venezia c'è un progetto culturale molto concreto: dalla mostra su Francesco Guardi inaugurata il 28 settembre alla riapertura delle stanze di Sissi al Museo Correr. Un programma che dovrebbe garantire tranquillità anche a chi non riesce a concepire l'incursione dei privati nei musei.
L'Espresso
5 Ottobre 2012
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Francesca Sironi
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