E' stato il giorno in cui lo spettacolo è sceso in strada. Anzi in piazza, quella augusta del Pantheon a Roma, prima di riparare sotto il tetto accogliente del teatro Argentina anche a causa della pioggia. Un teatro gremitissimo, perché a protestare stavolta c'erano insieme gli artisti e gli imprenditori dello spettacolo. Una riunione forzatamente ecumenica, che, oltre al discorso del presidente dell'Agis Francesconi (con un boato di applausi quando ha citato Giuliana Sgrena), ha offerto un piccolo concerto di rappresentanti delle diverse tipologie orchestrali, la lettura del documento da parte di Gabriele Lavia, un brano delle Memorie di Adriano da parte di Albertazzi. Non era propriamente l'atmosfera vitalissima del 30 novembre all'Opera di Roma, ma lì era il sindacato ad aver riunito i lavoratori. Questa volta era cogestito tutto l'insieme, con un effetto più autorevole da certi punti di vista, ma certo più «ingessato». Tutti, quelli di destra e quelli di sinistra (c'era addirittura Fassino in platea, dopo che per diverso tempo l'interesse del suo partito è parso più che altro «d'ufficio»), riuniti nell'Agis che vede pericolosamente a rischio non solo i propri guadagni ma la propria imprenditorialità. Certo hanno aspettato molto per prendere una iniziativa del genere, quando i segnali governativi avrebbero potuto essere decifrati già da lungo tempo. Comunque, dopo le mobilitazioni di artisti e tecnici di teatro, musica e cinema dei mesi scorsi anche gli imprenditori del settore (che vuol dire produttori come anche esercenti, direttori e amministratori di sale e di strutture) hanno dovuto alzare la bandiera della protesta. Mancava ieri a Roma quello che dovrebbe essere l'interlocutore istituzionale privilegiato della cultura italiana: il ministro Urbani non c'era, trattenute a Bombay dagli strascichi fastidiosi di qualche stravizietto indiano al seguite di Ciampi. E' toccato così al sottosegretario della presidenza del consiglio Letta ricevere successivamente la delegazione dei manifestanti. E per quante Letta sia il più forbito rappresentante del governo, la morale dei venti minuti dell'incontro è stata quella classica del genere: «bambole, non c'è una lira». Cosa comprensibile, data la situazione generale dell'economia nazionale, anche se è vero che tempi neri stanno producendo i loro effetti funesti sui duecentomila lavoratori dello spettacolo italiano. La loro quantità (senza sollevare inutili guerre tra poveri, o almeno tra disoccupati prossimi) fa capire come il loro destino non sia più leggero di quello dei cassintegrandi degli stabilimenti Fiat. In questo caso c'è più grave, la leggerezza con cui il ministro Urbani ha promesso a lungo interventi strutturali. La legge che il settore chiede da sempre, impegnerebbe a un intervento finanziario costante e garantito, tante più ora che la devolution contempla un accordo esplicito del governo centrale con comuni e regioni Tanto che ora i deputato di An, Rositani, sta cercando in tutti i modi di far partorire al parlamento una qualsiasi legge, mettendo insieme la dozzina di proposte che giacciono da anni presentate da maggioranza e opposizione.