NELLA SEDE DEL PONTE IMMAGINARIO 54 STANZE PER UN MILIONE L'ANNO STRETTO DI MESSINA, VISITA AL MEGA-QUARTIER GENERALE DI ROMA Per il Ponte sullo Stretto di Messina si sale in ascensore. Al quarto piano di un edificio in stile razionale, una specie di ponte c'è davvero, anche lunghetto. Tre corridoi di decine di metri si rincorrono uno dietro l'altro, perpendicolari ai binari della stazione Termini di Roma costeggiando piazza dei Cinquecento con le mura serviane e le auto bianche dei taxi in sosta. Lungo i corridoi che collegano via Marsala da una parte della stazione con via Giolitti dall'altra, si affacciano 54 stanze, una sfilza di uffici intervallati da sale riunioni, sale d'aspetto e saloni per i dirigenti. Qui c'è il cuore pulsante del nulla, la sede centrale del Ponte sullo Stretto, la società che dovrebbe costruire quel collegamento tra Sicilia e Calabria che probabilmente non vedremo mai, un progetto che ha consumato finora più soldi e carte che mattoni e acciaio. Trecento milioni di euro in 30 anni se ne sono andati (dato ufficiale, ma molti dicono siano di più), alla media di 10 milioni l'anno. Ma il Ponte ci costerà anche per non esserci, in termini di multe (chi dice 400 milioni di euro chi 500 e passa) che dovranno essere pagate alle imprese vincitrici della gara, la triade Impregilo, Condotte e Cooperativa cementisti e muratori-Cmc, con tante scuse per il disturbo. In questi uffici a Termini che sembrano le camerate del forte in fronte al deserto dei Tartari e che solo di affitto costano la bellezza di 1 milione 200 mila euro l'anno pagati a Grandi Stazioni di Benetton, Pirelli e Fs, lavorano 53 persone per le quali si pagano altri 6 milioni di euro tra stipendi e contributi. Gente che generosamente timbra il cartellino sfidando l'inutilità. Un avamposto distaccato di altre tre persone c'è anche a Messina, in alcuni uffici (altri 32 mila euro di affitto) di un palazzo di cinque piani a Papardo, zona universitaria , tutto impegnato per il Grande Ectoplasma dello Stretto. La società del Ponte sta al secondo piano, al terzo ci sono capi e impiegati dell'americana Parsons che dovrebbero preparare il project finance dell'opera e il resto è occupato da dirigenti di Impregilo, Condotte e Cmc. Nei saloni di Termini, chiusi da vetri opachi e pareti finto legno chiaro, tra tavoli d'acciaio e vetro, sedie in pelle e divani capitonné, ogni tanto si riunisce il quartier generale dell'armata del niente. Undici persone, i consiglieri di amministrazione, remunerati nel 2011 con 443 mila euro lordi in totale, non uno sproposito, ma sempre il doppio della paga di un operaio, una specie di argent de poche per undici soggetti ben sistemati anche altrove, con altri stipendi, altri gettoni di presenza, altri emolumenti. Ci sono Giuseppe Zamberletti, per esempio, presidente sia della Stretto di Messina sia dell'Igi, la lobby che riunisce le 13 più grandi imprese italiane delle costruzioni; Stefano Granati, condirettore centrale dell'Anas; Massimo Averardi, altro direttore Anas; Guglielmo Rositani, che prende altri bei soldini come consigliere Rai; e poi l'intraprendente generale dei carabinieri Antonio Pappalardo, quello che con un'intervista a Libero ha fatto piovere addosso all'ex direttore Alessandro Sallusti la seconda ondata di guai giudiziari. E poi c'è Pietro Ciucci, luce e guida del Ponte da un decennio, manager che ai suoi portavoce raccomanda di ripetere che lui lì non prende un euro, ma in compenso più in là, in via Monzambano, di soldi ne riscuote tanti (750 mila euro) come amministratore unico dell'Anas, l'azienda delle strade proprietaria della società del Ponte. Ciucci con Anas e Stretto di Messina recita tre parti in commedia, attorcigliato in un ardito kamasutra di interessi, perché come capo Anas guida e vigila il Ciucci amministratore della società del Ponte che a sua volta è rivigilato e ricontrollato dal Ciucci commissario. E chi ci si disbriga è bravo. Ciucci è l'unico a far finta di non aver capito che dopo la caduta di Silvio Berlusconi il Ponte sullo Stretto è ormai meno di un'idea. Si sbraccia, giura che non è così, prende impegni su impegni con le aziende, probabilmente non gratis, cambiali che prima o poi dovremo pagare, come hanno scritto preoccupati nove parlamentari in un'interrogazione chiedendo pure che Ciucci fosse cacciato in tronco. Nessuno se li è filati e Ciucci ne approfitta, facendo a rimpiattino con governo e ministri. I quali, dopo aver lanciato il sasso del de profundis politico della Grande opera, poi hanno nascosto la mano, senza aver il coraggio di scrivere in una legge ciò che tutti sanno: il Ponte non c'è più.