Le incisioni primitive rivivono in formato digitale in una curiosa mostra alla Triennale GLI inglesi chiamano pexils i segni con cui i popoli del neolitico, un colpo di scalpello dopo l'altro, incidevano sulla pietra graffiti. Ed è curioso che in sostanza si tratti di un anagramma perfetto di pixels, I quadratini di colore che oggi misurano la definizione della immagini nell'era digitale. È su questo incrocio tra civiltà e tecnologie distanti migliaia di anni che la mostra "Pitoti, digital rock art from ancient Europe" porta a Milano (seguiranno Cambridge e Vienna) le incisioni rupestri degli antichi Camuni. Accade trent'anni dopo l'allestimento del 1982 che, sempre in Triennale, celebrava le oltre 350.000 figure lasciate sulle rocce dal popolo che abitava le terre lombarde della Valcamonica diecimila anni fa. Un patrimonio inestimabile che difatti è stato nel 1979 il primo in Italia a guadagnarsi il riconoscimento dell'Unesco. Progetto nato da una collaborazione tra l'università di Cambridge, l'università di Pölten e il Centro Camuno di studi preistorici, l'allestimento curato da Claudio Gasparotti riesce a riassumere in una stanza (un poco di spazio in più non sarebbe andato sprecato) l'enorme lavoro dei ricercatori dedicato agli otto principali parchi archeologici nati lungo i 70 chilometri della valle. L'idea della contaminazione tra tecniche all'ultimo grido e forme primordiali funziona. Foto in alta definizione colgono le incisioni nei diversi momenti della giornata, esplorando in dettaglio il mutare dei riflessi e delle ombre al variare della luce. Stampe digitali a tre dimensioni, rese possibili da scanner laser, raccontano l'evolversi della ricerca: e pensare che le prime rilevazioni scientifiche del 1909 si facevano ricalcando a carboncino. Sui monitor è possibile con un joystick muoversi in una Valcamonica virtuale e visitare di persona le rocce, muovendosi tra i diversi siti. Sui tablet i protagonisti delle rappresentazioni, i cervi, gli sciamani, i carri, si muovono come in un cartone animato della Pixar. Di Frederick Baker è l'installazione centrale, un "cubo" dove si è circondati dalle proiezioni a grandezza naturale dei disegni e dai suoni registrati della valle. Un paio di note. Manca, pare per semplice distrazione, un'immagine della rosa camuna, un fiore di quattro petali e dal significato misterioso che ricorre spesso nei graffiti. Almeno un riferimento sarebbe stato importante: ispirò nel 1975 Bob Noorda, Bruno Munari, Roberto Sambonet e Pino Tovaglia che lo trasformarono nel simbolo della Regione Lombardia. Infine, secondo l'allestimento, Pitoti è il nome con cui gli abitanti della valle da tempo immemore si riferiscono agli strani uomini disegnati sulla pietra. In dialetto significa più o meno burattino, o omino di legno, e in effetti somigliano a marionette i cacciatori stilizzati con la lancia. Ma in realtà, come precisa Tiziana Cittadini del Centro Camuno, è il nome che si dava un tempo ai "matti" del villaggio, i quali allontanati dalle comunità finivano spesso per vagare nelle foreste e sulle montagne, accanto tra i graffiti.