Se il manager fa bene alla cultura, la cultura fa bene al manager. E un incontro fertile, quello tra due ambiti fino a non molto tempo fa ritenuti incompatibili o comunque molto distanti: l'universo legato alle arti e quello relativo alla gesti one e all'organizzazione d'impresa. Un pregiudizio sfatato di una più moderna visione della culturaeancheda una più duttile concezione della managerialità: meno legata, quest'ultima, all'arrivismo e alla sete di bonus, ma pensata piuttosto in termini di servizio e produzione di valori socialmente rilevanti. «Intendiamoci, il manager della cultura non è un ruolo preso a prestito da altri ambiti e semplicemente traslato», dice Lucio Argano, docente alla Cattolica di Milano e attualmente project manager della candidatura di Perugia e Assisi al titolo di "Capitale europea della cultura". «Senza cadere nella facile retorica del management, occorre riconoscere tutte le specificità del contesto culturale, che non è facilmente assimilabile agli altri versanti produttivi, come la manifattura o i servizi. La cultura ha delle peculiarità molto definite: al termine manager mi sembra preferibile quello di "operatore culturale", che recupera tutto il senso poliedrico e anche artigianale di questo lavoro». Dunque un manager umanista, o piuttosto un organizzatore che sa rimboccarsi le maniche e costruirsi una carriera fai-da-te, fuori dai canoni tradizionali. Capace, in particolare, di seguire tutta la filiera del denaro, a cominciare dal fund raising, divenuto imprescindibile. Con un mercato professionale, un tempo di nicchia, che sembra oggi maggiormente strutturato. Ma attenzione, avvertono gli esperti, qui non basta una laurea blasonata: fiuto ed esperienza sono decisivi. Se nel cinema, nell'editoria e nei grandi poli espositivi si è affemiata da tempo una visione gestionale forte, in altri settori, come il teatro o i beni del patrimonio, si sta facendo largo l'esigenza di una più esplicita funzione manageriale, rilanciata ora dalla crisi e dalla penuria di risorse. «Un ambito che mi sembra molto interessante-osserva Argano - è anche quello delle biblioteche: qui gli operatori diventano spesso dei promotori del patrimonio, con ricadute interessanti sull'indotto: si pensi agli eventi e agli spettacoli organizzati per attrarre il pubblico». Da un'indagine di Federculture su alcune aziende di settore tra le più rappresentative del paese emerge che negli ultimi quattro anni (2008-2011) i contributi pubblici sono scesi in media del 43, trascinando anche quelli privati (-40). Ed è proprio in questo contesto che si innestano maggiormente le professionalità manageriali. Perché si è necessariamente intensificato l'impegno per aumentare le entrate provenienti da attività proprie, come la biglietteria o i servizi aggiuntivi: l'autofinanziamento è passato da una porzione del 47,8 sui budget 2008 al 64,7 nel 2011. «Nel rapporto con i soggetti privati - nota Roberto Grossi, presidente di Federculture - bisogna passare da una logica di sponsorship a una di partnership. Basta con la parola "mecenatismo", così com'è stata intesa nel passato. Se il tema è quello della produzione e della gestione, è arrivato il momento di chiedere ai privati di diventare partner e condividere obiettivi e finalità sociali nel medio-lungo periodo». il mercato interno della cultura tiene. Nel 2011 la spesa delle famiglie italiane (cultura e ricreazione) ha raggiunto 70,9 miliardi di euro, in aumento de12,6 rispetto al 2010. E un recente rapporto di Unioncamere offre prospettive occupazionali incoraggianti, pur nello scenario di recessione. Secondo le stime, saranno 32.250 le assunzioni (di cui 22.880 non stagionali e 9.370 stagionali) previste per tutto il 2012, pari al 5,6 del totale delle assunzioni. E, nota il dossier, il numero di occupati del settore, dal 2007 al 2011; è cresciuto a un ritmo medio annuo dello 0,8, a fronte di una flessione dello 0,4 riscontrata per l'intera economia nazionale. A contare più che in altri ambiti, come si diceva, è qui l'esperienza maturata sul terreno: ai fini dell'assunzione la ritiene importante il 71 delle imprese culturali, contro i153,4 rilevato in media negli altri settori. Ma il percorso formativo resta un punto di partenza non trascurabile. Molte università hanno in questi ultimi anni moltiplicato l'offerta: la Bocconi, per esempio, offre un corso di laurea dal titolo eloquente, "Economia e management per arte, cultura e comunicazione". Ed è significativo che l'ateneo milanese abbia anche un biennio specialistico tutto in lingua inglese, "Economics and management of arts, culture, media end entertainment". Anche alla Luissdi Roma, università legata a Confindustria, la disponibilità di corsi è rigogliosa, in particolare col pacchetto di master annuali Lcbc, "Luiss creative business center", attivi dal 2009: corsi in arte, cinema, design, moda, musica, editoria, televisione e addirittura videogame. «Sono percorsi calibrati sulle industrie creative: per forza di cose, qui c'è poca accademia e molta esperienza sul campo», spiega Luca Pirolo, uno dei responsabili della didattica. «La progettazione dei contenuti avviene in stretto contatto con il mondo aziendale e professionale che costituisce lo sbocco lavorativo dei nostri allievi: la gran parte dei docenti è composta da professionisti dei vari settori».
Manager della cultura la crisi non ferma lo sviluppo del settore
Il manager della cultura deve avere una visione moderna e una mentalità aperta, pensata in termini di servizio e produzione di valori socialmente rilevanti. Il ruolo del manager culturale non è semplicemente un trasferimento di competenze da altri ambiti, ma richiede una comprensione delle specificità del contesto culturale. La cultura ha delle peculiarità definite, come il recupero del senso poliedrico e artigianale di questo lavoro. Il manager culturale deve essere in grado di seguire tutta la filiera del denaro, a cominciare dal fund raising, e avere un fiuto ed esperienza decisivi. In alcuni settori, come il teatro o i beni del patrimonio, si sta facendo largo l'esigenza di una più esplicita funzione manageriale.
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