Prende corpo il progetto di rilancio della più importante istituzione milanese (insieme alla Scala). Tutto bene, ma si può chiedere di più Tra il Giamaica e il Gran Bar circolavano storie in cui i sotterranei erano miniere d'oro per il mercato antiquario Il palazzo era stato degli Umiliati, curioso ordine religioso tutto lombardo che si era arricchito con l'industria della lana La piazza di Milano non è mai stata fiorente per gli antiquari. Colpa di regole asfissianti per il mercato, e un po' anche dei musei Questa vuole essere una notizia di reato. Per la precisione di un furto con scasso. Il furto sarebbe avvenuto tanto tempo fa, quasi mezzo secolo. Abbastanza per essere prescritto. Del resto non ricordo più il cognome dell'autore: di nome faceva Luigi. Mi ricordo bene la refurtiva. Era un elmo con celata, uno di quegli elmi cinquecenteschi da torneo. Era abbastanza malconcio, ma un buon restauro lo avrebbe rimesso in sesto. Al mio occhio inesperto sembrava autentico, anche se pensandoci e ripensandoci in seguito, non ho mai scartato la possibilità che fosse una replica dell'Ottocento, un oggetto di scena, o un pezzo di quelle armature fatte apposta per arredare finte sale d'armi in castelli eclettici o gli studi dei pittori di scene di storia. Ma per provenienza poteva essere un pezzo importante, addirittura avevo immaginato un lavoro di celebri armaioli milanesi, dei Missaglia addirittura. Era il bottino di una fortunata incursione nei sotterranei di Brera. Era stato trovato con un altro pezzo di armatura, non so quale. I due complici, che si erano divisi il bottino, erano due studenti dell'Accademia di Brera. Erano soliti frequentare di nascosto i sotterranei, dove avevano scoperto una vera miniera di ossa umane. Trascuravano tibie e peroni, cercavano teschi che fossero ancora abbastanza compatti da non sbriciolarsi tra le mani. Li vendevano, a loro dire, agli studenti di medicina, che li pagavano abbastanza bene. Ma dai loro racconti sembrava che più che il guadagno fossero la curiosità e lo spirito d'avventura a guidare quei due nelle loro spedizioni. Sui sotterranei di Brera circolavano storie, probabilmente leggende. Si diceva che un cunicolo arrivasse fino al Castello Sforzesco, tutti conoscevano qualcuno che aveva conosciuto qualcun altro che c'era stato, secondo la classica struttura narrativa delle leggende metropolitane. Luigi, raccontava invece di averne percorso un bel tratto, finché non si era trovato davanti a un muro in mattoni, a suo avviso recente. Raccontava che, oltrepassato il deposito delle ossa, protetto da un assito di legno con una porta sgangherata chiusa con un lucchetto arrugginito (credo che fosse lo stato del lucchetto, aperto o chiuso, a decidere tra il reato di appropriazione indebita e furto con scasso), i due avevano incontrato un piccolo ufficio, arredato con mobili e suppellettili di una ventina di anni prima, degli anni intorno alla guerra, precisava. Era strano che in quel corridoio senza finestre si aprisse un ufficetto, ma più strano era che nell'ufficetto si aprisse la bocca di un forno con una barella scorrevole delle dimensioni di un uomo di media statura. Sull'uso dell'ufficio l'aspirante tomb raider non avanzava ipotesi, ma dal tono e dalla mimica si capiva che non riteneva che quel forno fosse destinato alla cottura di ceramiche. Lasciava capire che in quell'antro si era svolto qualche dramma, qualche eccesso della guerra. Quale fosse la parte e il colore di chi lo aveva utilizzato non era documentato da nessuna reliquia. Secondo Luigi solo un leggero velo di polvere copriva la scrivania, come se qualcuno avesse spolverato di recente. Ma sulla lucidità di un ladro di teschi, se pure a scopo commerciale e didattico, non c'era da contare. Poiché non aveva intenzione di vendermi l'elmo, non avevo motivo di sospettare che si inventasse tutte quelle storie un po' macabre per valorizzare la sua merce, scovata magari in un deposito di ferri vecchi invece che nei sotterranei di Brera. La storia dell'elmo, dei teschi e del forno non sono riuscito a dimenticarla, mentre mi si confondono i particolari di altre storie che circolavano tra il bar Giamaica e il Gran Bar, storie in cui i sotterranei di Brera ricorrevano nella funzione di miniere d'oro per il mercato antiquario. Si parlava perlopiù di intere cartelle gonfie di disegni di maestri antichi, che si trovavano accatastate da qualche parte, a disposizione dei volonterosi minatori che si salvavano la coscienza pretendendo di avere sottratto piccoli e grandi capolavori all'ingordigia distruttiva delle muffe. E' possibile perfino, anzi è più che probabile, che tutti quegli asseriti capolavori non fossero altro che elaborati senza grande valore artistico e commerciale degli studenti dell'Accademia, conservati per dovere burocratico; e non preziosi fondi destinati alla distruzione dalla mancanza di solerzia e di iniziativa di funzionari e personale. Ma che sia tutto vero o tutto falso, quello che resta era l'immagine condivisa dei sotterranei del palazzo di Brera come pozzo senza fondo in cui per incuria e disinteresse un patrimonio di piccoli capolavori era esposto ad aggressioni di ogni tipo. Per chi ha condiviso queste immagini, l'idea che nella futura Grande Brera persino i sotterranei avranno una loro funzione solare, come servizi e luoghi di incontro sembra un miracolo, come quello che avviene nelle vecchie case, quando si decide una grande pulizia. Ancora qualche anno fa un commerciante improvvisato, più rigattiere che antiquario, nella zona fuori Brera offriva in vendita uno di quei vecchi scrittoi ottocenteschi per lavorare in piedi. Per invogliare all'acquisto di quel mobile inutile e ingombrante e in definitiva poco attraente, suggeriva che si trattava di un cimelio milanese, ovvero proprio dello scrittoio su cui Giovanni Schiaparelli, il celebre astronomo in persona, aveva annotato le sue osservazioni sui canali di Marte e avviato ogni futura speculazione sull'esistenza dei marziani e sul loro atteggiamento nei confronti di noi terrestri. Come dire che la fantascienza era nata a Milano, e proprio su quello scrittoio. L'antiquario faceva notare la presenza di una targhetta di metallo con un numero che secondo lui apparteneva all'inventario dei mobili di Brera. A riprova che dai depositi di Brera poteva uscire di tutto, anche se in questo caso Brera era intesa come osservatorio astronomico. Per quasi due secoli nello stesso palazzo sono convissute diverse istituzioni. C'era la Biblioteca: nazionale, ricca di testi antichi e rari; c'era la Pinacoteca: per la collezione una delle più notevoli d'Italia, forse del mondo; c'era l'Orto botanico, che ai suoi tempi aveva avuto una funzione importante; c'era l'Accademia d'arte: ai tempi (tra il 1860 e il 1880) in cui Giulio Rossi, fotografo della buona società milanese, ne ritraeva le classi in abili fotomontaggi, in un gruppo di trenta allievi se ne potevano contare forse dieci destinati ad affermarsi; c'era, voluto dalla riforma Gentile, un liceo artistico che aveva nel complesso una sua funzione armoniosa. Solo per ricordare le istituzioni più note. C'era anche l'Istituto lombardo di scienze e lettere. Tutte convivevano felicemente nel palazzo che era stato degli Umiliati, quel curioso ordine religioso tutto lombardo che nel Medioevo aveva avuto inclinazioni pauperistiche e sfumature ereticali e si era arricchito con l'industria della lana. Con il denaro proveniente dalla lana aveva alimentato un'attività bancaria esercitata con la necessaria inflessibilità, capace di pretendere la celebre Corona ferrea, forse il pezzo più prezioso di tutti i tesori lombardi, come pegno di un prestito concesso al capitolo della cattedrale di Monza. Nel Cinquecento, simpatizzando in modo coerente con l'idee di Calvino, gli umiliati avevano poi preso a girare armati, con pistoloni sotto la tonaca, e prima di rassegnarsi alla soppressione dell'ordine e alla perdita della loro casa di Brera, avevano, nella persona del fratello Gerolamo Donato, detto il Farina, esploso un colpo di archibugio alle spalle dell'arcivescovo, che era guarda caso il cardinale Carlo Borro-meo, gran riformatore della diocesi lombarda. Il Borromeo aveva poi concesso la casa ai gesuiti milanesi, che secondo il loro costume ne avevano fatto un luogo di severa penitenza e insieme una vivace palestra di studi, soprattutto d'astronomia e di botanica (vedi osservatorio e orto). Con gli imperatori del Sacro romano impero associati, l'imperatrice Maria Teresa e suo figlio Giuseppe II, la casa fu confiscata ai gesuiti e adibita a sede delle Scuole palatine e della Biblioteca. L'Orto botanico e l'osservatorio vennero mantenuti e potenziati negli strumenti. La novità fu la fondazione dell'Accademia, dotata con i fondi provenienti dai soppressi beni ecclesiastici. Come l'Istituto lombardo di scienze e lettere, creato sul modello dell'Institut de France, la Pinacoteca fu invece un'iniziativa napoleonica. Tutte le istituzioni ospiti nel palazzo che negli ultimi due secoli era stato il laboratorio della migliore architettura lombarda, svolsero a lungo la loro funzione in modo brillante, finché nel secondo Dopoguerra non incominciarono a perdere di vitalità e di attrattiva tutte insieme, ciascuna probabilmente per motivi propri e differenti. Una mattina d'ottobre del 1978 qualcuno si accorse che il Napoleone che al centro del cortile da più di cento anni con la sua maestosa presenza metteva in soggezione i visitatori della Biblioteca e della Pinacoteca, ma non gli studenti dell'Accademia, aveva cambiato atteggiamento. La magnifica prestanza fisica che lo scultore Antonio Canova aveva voluto regalargli e che aveva messo in imbarazzo persino l'imperato- re, era sempre la stessa. Ma che significava ora quella mano vuota che Napoleone tendeva aperta, nell'atteggiamento di chi si aspettava qualcosa da qualcuno, invece che spargere benefici? Significava semplicemente che qualcuno aveva pensato di portarsi a casa la statuetta della Vittoria alata che Canova aveva fatto posare sul palmo di Napoleone. Dire che il furto passò inosservato è dire una bugia. Il Settantotto fu un brutto anno in Italia, il più truce del Dopoguerra. Nessuno aveva la disposizione d'animo per pensare a uno scherzo studentesco, seppure vandalico e di cattivo gusto, come quelli che nel corso degli anni avevano imbrattato e smozzicato i grandi gessi e i corridoi dell'Accademia. Probabilmente il piccolo bronzo modellato dal Canova aveva fatto gola a qualche maniaco appassionato d'arte, tant'è che non sarà più ritrovato. Dopo tre anni, nel 1981, con un testo di Pierre Restany, il critico francese che nel 1970 aveva già conquistato Milano con la regia di una settimana di eventi per lo scioglimento del gruppo del Nouveau réalisme, la galleria Apollinaire di via Brera presentò la soluzione di Filippo Panseca, ideatore di un'arte effimera, biodegradabile, per la sostituzione della Vittoria alata. Nessuno si allarmò e nessuno si tranquillizzò: essendo biodegradabile, la nuova Vittoria sarebbe scomparsa dopo poche settimane. Molti anzi vollero vedere nel gesto di Panseca un intreccio di significati fra i quali il più condiviso era una allusione al progressivo e collettivo decadimento tanto delle istituzioni coabitanti quanto del palazzo che le ospitava. Ognuna aveva i suoi problemi, tutte insieme avevano problemi comuni che non potevano essere neppure affrontati a causa, si sosteneva, di un groviglio burocratico che frantumava e ingarbugliava le pertinenze e le competenze e metteva i ceppi alle buone intenzioni di uno e dell'altro alto funzionario. Il risultato era che a sua volta il complesso degli istituti di Brera, compreso l'asfittico Orto botanico, diventava sempre più la metafora del progressivo decadimento della città. Al luogo comune dell'immagine di una Brera incapace di uscire dalla sclerosi senile, se non attraverso la scomposizione dei tessuti, faceva da specchio un atteggiamento simmetrico di apatia e di risentimento tipico delle funzioni pubbliche sotto accusa. Se poche persone visitavano la Pinacoteca, peraltro ricchissima di opere notevolissime, la colpa non era forse della generale mancanza di coltura dei tempi? Se l'Accademia era diventata una specie di scuola dell'obbligo dove bastava una tesina abborracciata per prendersi un diploma, non sarà stato per l'universale decadenza, se non agonia dell'Arte? Chi quella decadenza, come la decadenza della città, ha sofferto, non ha potuto non gioire del varo di un progetto di rinnovamento come la Grande Brera. Di certo alla base del disagio non c'era soltanto la mancanza di iniziativa di funzionari intimoriti dalla burocrazia. L'atteggiamento degli organi di governo delle istituzioni rispecchiava una generale indifferenza della città nei confronti delle sue istituzioni storiche. Mentre pochi si lamentavano, spesso non per la condizione in sé, ma perché il massimo dei musei milanesi non riusciva a godere della nuova inaspettata fortuna dei grandi musei internazionali, tra i quali, per ricchezza e importanza delle raccolte, si collocava; o per quell'esistenza da buco nero per cui Brera inghiottiva senza restituirle alla città le collezioni che nonostante tutto qualche cittadino illuminato si ostinava a lasciarle in eredità, la colpa non poteva essere tanto della cattiva amministrazione quanto della politica e della città nel suo complesso, incapaci di rendersi conto quanto il mito e la fortuna di Milano avessero le radici in una particolare disposizione culturale. Milano, che si proponeva come capitale del mondo del design e della moda, si è limitata per decenni a parlare della necessità di musei della moda e del design e della necessità teorica di colmare la lacuna; ha brontolato sul cattivo funzionamento dei musei esistenti senza volere spiegarsi il perché, semplicemente come scusa per il proprio disinteresse. Ha applaudito quando finalmente si prospettava qualcosa di nuovo, illudendosi che bastasse un applauso di maniera per sostenere il rinnovamento. Ho detto Milano, ma avrei dovuto dire i milanesi, anzi avrei dovuto dire noi, o meglio io, perché le responsabilità collettive non sono niente, se non so- no la somma delle responsabilità di ciascuno. Così posso gioire all'idea che i problemi dell'istituzione più importante di Milano, esclusa la Scala, stiano per essere risolti, anche se non per convinzione, ma in funzione di un'iniziativa come l'Expo; non perché la salute di un museo del genere è vitale per la città, ma per non fare brutta figura con quegli stranieri ai quali, in margine alle delizie dell'Esposizione universale, venisse il ghiribizzo di fare una capatina a dare un'occhiata a un Piero o a un Raffaello. Posso tranquillizzarmi che sia cessato l'assurdo allarme sulla privatizzazione dei beni culturali, lanciato da certi intellettuali di vocazione nominalista, che ritenevano che una fondazione privata permettesse la più sfrenata privatizzazione anche quando il fondatore, anche quando la persona giuridica del fondatore, che conserva ogni potere decisionale, è niente di meno che un ministero, un istituto che più pubblico non si può. Sono soddisfatto che l'ormai inutile e dannosa convivenza dell'Accademia con la Pinacoteca sia finita, anche se sento un po' di rimpianto per un tempo, che non ho mai vissuto, in cui la Pinacoteca era soprattutto al servizio dell'Accademia, di un tempo in cui l'arte del passato doveva essere di esempio, stimolo e ispirazione per gli artisti del futuro. Sono contento che da tempo la picco- la Vittoria di bronzo sia tornata a posarsi sulla mano dell'imperatore, anche se non è l'originale, ma un calco dell'esemplare posato ironicamente sulla versione in marmo della statua, collocata ai piedi dell'elegante scala della dimora che fu del duca di Wellington, l'uomo che sconfisse Napoleone. Noi milanesi siamo contenti che il gesso originale della statua sia stato restaurato, che Palazzo Citterio, comperato a suo tempo per un miliardo dalla famiglia, diventi finalmente parte integrante della Pinacoteca e che finalmente le collezioni Jucker e Jesi, legate alla Pinacoteca e alla città per spirito civico, abbiano finalmente una sistemazione confacente. Non vediamo l'ora di portare i nipotini a passeggiare nell'Orto botanico, finalmente restaurato, eccetera. Sono tutte belle cose che certamente illustreranno Milano in occasione dell'Expo del 2015. Ma non sono sicuro che sia tutto quello che possiamo desiderare da una grande Brera. Qualche tempo fa un amico antiquario si diceva preoccupato: il bollettino della sua associazione rendeva noto che negli ultimi mesi non c'era stato un furto che è un furto a danno di antiquari. A me pareva una bella notizia, invece era un indice grave. Non era che i ladri si fossero ravveduti, era che le antichità erano poco richieste. La piazza di Milano non è mai stata fiorente per gli antiquari. Negli anni Settanta si era sperato in un decollo a livello internazionale. Molti operatori ci avevano contato. Non era successo. La colpa venne data a una legislazione miope, che memore dei disastri del passato, quando una buona parte del patrimonio artistico italiano era volato via senza lasciare neppure traccia nella voce entrate della dogana, aveva imposto regole asfissianti per il mercato. Ma qualche responsabilità a mio parere l'hanno i musei che mantengono un atteggiamento altezzoso nei confronti del collezionismo privato, diversamente da quanto succede per esempio a Londra, a lungo il pia grande mercato dell'antiquariato del mondo, dove chiunque può andare da un esperto al Victoria Albert o al British Museum per avere gratuitamente notizie attendibili sulla qualità e l'importanza della sua scoperta, senza tema di vedersi "notificare" l'oggetto. Un servizio o meglio un'attività didattica del genere farebbe la Grande Brera pia grande. Ma la palla va soprattutto al legislatore.