Beni culturali «Amaci»: assenza della politica, incapacità di fare sistema Una rabbia fertile, nata dall'indifferenza. Si potrebbe definire così il clima e l'impegno comune, che si respirava ieri sulla piazza del Maxxi: hanno risposto in molti alla «Chiamata per l'arte» promossa da «Amaci», che riunisce i 27 tra i maggiori Musei d'Arte Contemporanea Italiani. Una assemblea generale che correva seriamente il rischio di trasformarsi nell'ennesimo «grido di dolore» dai protagonisti della cenerentola tra le arti, visto il nulla che il nostro paese riserva alla produzione artistica contemporanea. O l'ennesima elencazione di tutti i fondi che non arrivano e rischiano di mettere in ginocchio le poche istituzioni culturali italiane che si dedicano al contemporaneo. Non è andata così. Accanto ai temi di sempre - dalla necessità di una disciplina fiscale del mercato dell'arte contemporanea, alla richiesta di una legislazione specifica e aggiornata che regolamenti il comparto dei beni culturali; al bisogno di dotarsi di nuovi strumenti di governance museale - ha prevalso la necessità di un «fronte comune» tra operatori pubblici, artisti, imprese private contro la latitanza politica. Durissimo l'atto di accusa nei confronti del Ministero per i Beni culturali. «Abbiamo cercato un contatto col ministro ad aprile - ha ricordato Giacinto Di Pietrantonio - non si è degnato neanche di incontraci. E ad oggi il Mibac non è stato capace neanche di nominare il curatore del padiglione italiano alla Biennale di Venezia». «Per lo stato - ha rincarato Ludovico Pratesi - semplicemente l'arte contemporanea non esiste». E Patrizia Asproni, presidente di Confcultura (Confindustria): «Il ministero per i beni culturali dovrebbe essere il più importante in Italia, e invece è l'ultimo, gestito da personaggi che non hanno a cuore la cultura di questo paese». Forti anche gli accenti autocritici, ancora più necessari in un momento in cui il «default» della cultura non è più uno slogan: basta finanziamenti a pioggia (quei pochi che arrivano, hanno sottolineato in molti); denuncia del precariato e dello scarso riconoscimento e valorizzazione delle professionalità che si traducono in mancanza di opportunità di crescita per i giovani professionisti e lavoratori dell'arte, che porta alla sempre più frequente emigrazione all'estero di artisti, curatori, critici, galleristi. E ancora favorire moderne sinergie tra pubblico e privato, al bisogno di privilegiare criteri di trasparenza nelle scelte strategiche ed economiche. L'unico limite dell'assemblea, ospitata da Anna Mattirolo, direttore di Maxxi Arte in un museo commissariato da mesi, la sensazione di non avere interlocutori e di non essere capaci di «fare sistema»: lo ha chiarito il messaggio di Massimo Minini. Il gallerista ha proposto di lanciare una grande mostra «Italia» sull'arte del XX secolo che coinvolga dieci musei italiani con una pubblicità comune in tutto il mondo. Ma chi si prende la briga di raccogliere un'idea in questo deserto?