DICHIARAZIONI false per attingere a piene mani al forziere d'oro del Secondo conto energia. Obblighi non rispettati per accedere alle agevolazioni per la realizzazione di impianti fotovoltaici: 11 milioni di euro che non sarebbero dovuti mai arrivare in Puglia e che ora vengono messi sotto sequestro dalla guardia di finanza. È salato il conto che la giustizia presenta a Daniele Degennaro, imprenditore barese fratello del consigliere regionale già travolto dalla scandalo degli appalti truccati nel capoluogo. Per la seconda volta, nel giro di pochi mesi, i guai arrivano da Brindisi, esattamente dalla scrivania del gip Giuseppe Licci, che ha firmato, su richiesta del procuratore aggiunto Nicolangelo Ghizzardi, il decreto di sequestro preventivo di 11 milioni di euro tra i contanti finiti sui conti di Daniele Degennaro e del direttore dei lavori Michele Corona e le quote di sei società che realizzavano parchi fotovoltaici a Brindisi e San Pietro Vernotico riconducibili allo stesso imprenditore. L'indagine non è nuova ma nasce come naturale prosecuzione del sequestro effettuato ad aprile, quando la Procura brindisina mise i sigilli a 19 parchi fotovoltaici, estesi su una superficie di 120 ettari e dal valore di 80 milioni di euro. In quella circostanza finirono nel registro degli indagati tre fratelli Degennaro, oltre a Daniele anche il consigliere Gerardo e Vito, insieme ad altre dieci persone, accusate di lottizzazione abusiva e costruzione di impianti fotovoltaici costruiti in aree sottoposte a vincoli paesaggistici, aggirando la Valutazione di impatto ambientale. All'epoca gli inquirenti portarono alla luce l'esistenza di stratagemmi elementari, quali il frazionamento degli impianti, per aggirare l'ostacolo delle autorizzazioni regionali, e il posizionamento di pannelli in zone proibite. Nel corso dei mesi, mentre quel filone investigativo è arrivato a conclusione con la richiesta di rinvio a giudizio depositata dalla Procura, il Nucleo di polizia tributaria di Brindisi ha approfondito un altro aspetto sospetto dell'attività dei Degennaro, controllando la documentazione presentata per ottenere dal Gse le agevolazioni richieste. In totale le sei società facenti capo ai costruttori baresi (Energia Uno, Due, Tre, Quattro, Cinque e Sei srl) hanno chiesto finanziamenti pubblici per 182 milioni di euro e ne hanno ricevuti già 11. "Nelle istanze di accesso alle agevolazioni scrive il gip Licci i soggetti responsabili avevano dichiarato di rispettare gli obblighi previsti, producendo per ogni impianto una relazione tecnica di asseverazione ove era attestato che le opere edilizie eseguite è stato possibile eseguirle con la Dia e che le opere eseguite erano conformi agli strumenti urbanistici adottati". Tali dichiarazioni, però, a detta del giudice erano evidentemente "false", presentate da Daniele Degennaro e Michele Corona "in maniera artificiosa e truffaldina" ma comunque "consapevole". L'obiettivo, secondo la magistratura, era di "contenere al massimo i tempi di realizzazione degli impianti" per "beneficiare delle sostanziose tariffe incentivanti del secondo conto energia". Obiettivo perseguito con scientifica precisione, dice il gip, che parla di dolo evidente "nell'elusione delle procedure di legge per realizzare gli impianti". Ecco perché ad entrambi gli indagati i magistrati contestano il reato di indebita percezione nell'erogazione dei fondi pubblici, ritenendo necessario il sequestro delle cifre equivalenti a quelle chieste ed ottenute dal ministero.