Per le Giornate Europee da domani a Pyrgi l'eccezionale reperto trovato nell'area sacra. E a Roma un'esposizione di tesori ritrovati Il santuario di Pyrgi è in riva al mare, nei pressi del Castello di Santa Severa, dove in epoca etrusca sorgeva il porto principale dell'antica Caere (l'odierna Cerveteri), toccato dalle più importanti rotte commerciali del Mediterraneo occidentale. Il luogo è da tempo un importante cantiere archeologico. Nel laboratorio degli scavi, le restauratrici alle quali è affidata la missione danno gli ultimi ritocchi a una grande statua in terracotta di Offerente con porcellino, lasciata come ex-voto nel santuario verso la fine del V secolo a.C. La scultura, che sarà esposta per la prima volta al pubblico domani, nell'ambito delle Giornate del Patrimonio Europeo, proviene da un deposito votivo all'interno del Santuario Meridionale, dove sorgeva una singolare area sacra costellata di sacelli e altari consacrati alla dea Cavatha e al suo compagno Suri (una divinità maschile con caratteristiche infere). Secondo Maria Paola Baglione, docente di Civiltà dell' Italia preromana dell'Università la Sapienza e direttore degli scavi di Pyrgi dal 2009, si tratta di «un pezzo straordinario, di produzione locale ma ispirato a modelli magno-greci». Il grosso formato dell'esemplare pyrgense rende la statua un unicum in Etruria e trova pochi confronti anche in Magna Grecia e in Sicilia, dove le statuette di offerente con porcellino sono associate ai rituali in onore di Demetra e Persefone. Il rinvenimento testimonia la pratica di culti misterici nel santuario dedicato all'accoglienza degli stranieri, segno che il culto di Cavatha aveva una forte impronta di carattere greco, legata ai frequentatori del sito. Il restauro dell'offerente di Pyrgi sarà presentato nell'Antiquarium di Santa Severa assieme ai preziosi vasi attici, alle terrecotte votive e ai gioielli provenienti da altri due significativi depositi di fondazione, datati tra la fine del VI e la prima metà del V secolo a.C. I reperti in mostra costituiscono solo una piccola parte dell'enorme quantità di offerte votive messe in luce durante le lunghe ricerche nella parte sud del sito. A giudicare dall'eccezionale qualità e dal valore artistico dei materiali recuperati - in larga parte riferibili alla devozione nei confronti di Cavatha - ben si comprende lo scalpore suscitato tra le fonti greche e latine dall'ingente bottino riportato a Siracusa dal tiranno Dionigi il Vecchio dopo il saccheggio del santuario nel 384 a.C. Quest'anno il primo dei grandi scavi dell'Università Domani il reperto sarà mostrato per la prima volta al pubblico La Sapienza, alla cui guida si sono avvicendati massimi esponenti dell'etruscologia italiana, quali Massimo Pallottino e Giovanni Colonna, vede ricercatori e studenti alle prese con altre importanti scoperte. Gli scavi sono concentrati nella zona immediatamente a nord dell'area monumentale che ospitava il grande tempio decorato dagli altorilievi con scene della saga dei Sette contro Tebe, ora al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Consacrato alla dea Thesan (assimilata alla greca Leucotea, protettrice dei naviganti) il tempio fu innalzato intorno al 470460 a.C. accanto a quello - più antico - dedicato sul finire del VI secolo a Uni-Astarte, come ricorda un'iscrizione in etrusco e in fenicio incisa sulle lamine d'oro rinvenute nel 1964. Le novità riguardano un punto nevralgico, cioè la fascia di confine tra l'abitato (fondato verso la fine del VII secolo a.C. lungo la costa) e il Santuario Monumentale, al termine della via Caere-Pyrgi, la grande strada che collegava la città-madre con il suo avamposto sul mare. In quest'area è stato portato alla luce un isolato con resti di strutture crollate già in antico e abbandonate nel corso del V secolo a.C. Al momento di abbandono del sito risale un deposito di eccezionale interesse, ricavato in una fossa tra il muro della struttura porticata e la strada che raccordandosi alla via Caere-Pyrgi conduceva al mare. Al suo interno erano intenzionalmente collocati un grande braciere decorato a stampo, interamente ricomponibile, un'enorme olla (recipiente per la cottura dei cibi) - della capacità di più di venticinque litri - e trenta pesi da telaio, già restaurati ed esposti nelle vetrine del Museo delle Antichità Etrusche e Italiche dell'Università La Sapienza. La selezione di oggetti legati al «mundus muliebris» e all'ambiente domestico danno a questo contesto rituale una forte connotazione femminile. In particolare, la grande quantità di pesi da telaio lascia aperta l'ipotesi suggestiva che in questa zona ci fosse uno spazio specifico per la tessitura e la confezione di abiti (attività tradizionalmente affidate alle donne), in possibile collegamento con l'area santuariale.