I crolli a Pompei, il Colosseo affidato a Diego della Valle, il paesaggio mangiato dalla urbanizzazione dilagante, i grandi musei travolti e consumati dal turismo dei grandi numeri, i piccoli, quelli che insieme alle biblioteche, agli archivi, alle accademie fanno la specificità dell'Italia storica, ridotti ormai ad "anime morte". E chissà che qualcuno non decida di comperarli, magari tutti insieme magari con un forte sconto come faceva con i contadini defunti, il Pavel Cicikov del romanzo di Gogol. Cosa succede all'universo dei cosiddetti Beni Culturali? Come spiegare questo senso di disfatta e quasi di dissoluzione che accomuna da un capo all'altro del Bel Paese i miei colleghi? Forse è una questione di soldi? No, i soldi non c'entrano o c'entrano solo fino a un certo punto. Altri sono i problemi che affliggono il nostro mondo. L'invecchiamento del personale tecnico-scientifico dei musei e delle Soprintendenze, per esempio. In qualunque manuale del primo anno di Scienze economiche troverete scritto che un'azienda che non ha nei suoi quadri dirigenti i trentenni e i quarantenni è destinata al fallimento. I musei e le Soprintendenze non sono aziende, ci mancherebbe altro, ma da un personale direttivo che ha in media più di 55 anni, non si può pretendere né fantasia, né innovazione, né determinazione. E poi c'è il dissolvimento quasi la evaporazione dei poteri prescrittivi e normativi degli uffici statali della tutela. La riforma del Titolo V della Costituzione ha provocato disastri. Il celebre tante volte citato quasi sempre a sproposito articolo 9 della Costituzione deve essere riscritto. Non è più la Repubblica a tutelare il patrimonio artistico della nazione e il paesaggio. La Repubblica si è frantumata e dissolta nelle Regioni, nei Comuni, nelle città metropolitane, forse anche nei consigli di quartiere. E evaporata la potestà prescrittiva e normativa del Soprintendente statale, prefetto della tutela. C'è chi dice, molti dei miei colleghi lo dicono e lo scrivono, che tutto questo ha un senso. L'obiettivo è preciso ed è per me drammatico: abbattere o piuttosto svuotare, vanificare il sistema delle Soprintendenze così da delegare tutto o quasi tutto ai poteri locali o territoriali" come si usa dire con espressione orribile. Gli ultimi anni hanno prodotto la pericolosissima formula della tutela affidata allo Stato e della valorizzazione consegnata alle Regioni. Come se non sapessimo che l'endiade tutela-valorizzazione si risolve molto spesso in un ossimoro. Nel senso che il secondo termine può radicalmente contraddire, e questo spessissimo accade, il primo. E poi c'è la nefasta illusione del Privato che, come il Cavaliere Bianco, dovrebbe salvare musei e siti archeologici, archivi e biblioteche. Ma l'Italia non è l'America. Alle nostre latitudini il capitalismo virtuoso non è mai attecchito. Ci avevano provato gli Agnelli con Palazzo Grassi a Venezia. Sappiamo tutti come è finita. Il Privato deve fare profitto. Questo il suo mestiere e il suo destino. Il Pubblico deve tutelare il patrimonio. Accordi seri e reciprocamente vantaggiosi fra Pubblico e Privato sono possibili ed anche auspicabili. Bisogna che il Privato sia forte e affidabile e altrettanto forte e a bile sia la mano pubblica. Dove in Italia si è data e si dà, questa irrinunciabile precondizione? Provate a immaginare l'accordo Pubblico Privato a Pompei e cioè in un territorio che ha la densità criminale più alta d'Europa. A me dispiace che si sogni l'America quando siamo chiamati a vivere e ad operare in Italia. Soprattutto mi dispiace che si stia buttando a mare il patrimonio di civiltà della tutela che l'Italia ha prodotto e affinato in cinquecento anni. Antonio Paolucci, Direttore Musei Vaticani
ITALIA - La soluzione? Non è il privato
Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, lamenta lo stato di disfatta e dissoluzione dei Beni Culturali in Italia. Cita il crollo di Pompei, il Colosseo e il dissolvimento dei poteri prescrittivi e normativi degli uffici statali della tutela. Paolucci sostiene che l'invecchiamento del personale tecnico-scientifico dei musei e delle Soprintendenze è un problema, e che la riforma del Titolo V della Costituzione ha provocato disastri. Inoltre, critica la formula della tutela affidata allo Stato e della valorizzazione consegnata alle Regioni, che spesso si risolve in un ossimoro.
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