Dai contratti a 5 euro lordi l'ora al collezionista di titoli: tre storie di precari dei beni culturali. L'istituto Bianchi Bandinelli mostra una piaga. A - A Sfruttati, mal pagati, non riconosciuti, competenze e studi che se ne vanno in fumo. Contratti da 5 euro lordi l'ora, ma ti cacciano senza preavviso o se ti ammali. C'è pure il suicidio nel campo dei beni culturali tra i tanti emblemi di un'Italia suicida e ingiusta che stipendia con oltre 10mila euro al mese gente come Fiorito (e quindi non è vero che i soldi mancano del tutto) mentre stronca ogni "giovane" (fino ai 50anni) non abbia santi in paradiso o non sia maneggione. L'Associazione Bianchi Bandinelli, l'istituto fondato da Giulio Carlo Argan nel nome dell'archeologo, con un convegno scoperchia la pentola del precariato nel mondo del patrimonio artistico italiano, un precariato dal molteplice effetto nefasto: taglia le gambe a più generazioni, taglia idee e prospettive, impedisce quel ricambio che è linfa vitale, e tutto ciò porterà progressivamente all'abbandono e poi alla distruzione o alla razzia quanto viene sbandierato come il nostro tesoro. Vale per tutte le categorie: storici dell'arte, archeologi, bibliotecari, archivisti, restauratori, architetti, antropologi. In sintesi: tutela in malora, giovani studiosi alle ortiche. La giornata è oggi fino alle 19 nella sala conferenze della Biblioteca Nazionale Centrale a Roma. Già per voler denunciare questa piaga l'istituto compie un atto di coraggio. E poiché ha raccolto testimonianze dirette ve ne proponiamo tre scelte dal Bianchi Bandinelli e quanto mai significative. Il nome compare solo dove l'intervistatointervistata lo ha permesso. COLLEZIONISTA DI TITOLI 34 anni, laureato in storia e conservazione, un master, vari attestati di qualifica professionale, attualmente disoccupato e "collezionista di titoli" Fino a quando non ci si scontra con la effettiva realtà lavorativa, si è convinti che in un paese come l'Italia sia pressoché impossibile non impiegarsi, visto l'enorme patrimonio posseduto, da tutelare e valorizzare, potenzialmente in grado di generare migliaia di posti di lavoro. Ed è proprio questo quel che pensai, oltre la naturale propensione verso questo ambito, quando decisi di iscrivermi alla facoltà di Architettura, corso di laurea in Storia e Conservazione dei Beni Architettonici e Ambientali. Fine delle soddisfazioni, almeno fino ad oggi. La prima delle delusioni lavorative è stata scoprire che con questo indirizzo di studi si è limitati a 360 gradi nello svolgere le proprie competenze, quale Architetto Conservatore. Ciò che è consentito è un ruolo marginale nei progetti, non venendo assolutamente tutelati né dall'ordine né dal legislatore. Ho provato ad inserirmi in uno studio tecnico; i luoghi delle campagne di rilievo dovevo raggiungerli sempre ed esclusivamente con la mia auto; alla fine mi si propose di fare il lavoro da casa. In quel posto non avrei potuto mai e poi mai imparare qualcosa né tantomeno ricavare un minimo di sostentamento economico. Decisi, come tutti i giovani calabresi, di investire sul proprio futuro al nord, in un posto migliore... e mica tanto..., sono due anni ormai che vivo a Torino, qui ho frequentato un master al Politecnico in Management e Marketing per i Beni Culturali. Ha prodotto il seguente risultato: un lavoretto di un paio di settimane con uno dei docenti, per la fantastica cifra di 250 euro lordi. Deluso più che mai, ho voltato pagina, formandomi in un settore che, almeno qui a Torino, dicono abbia sbocchi concreti, la progettazione meccanica. Onestamente credo che l'Italia, da nord a sud, da est a ovest, sia lavorativamente parlando troppo complicata e disonesta per permettere a questa generazione di costruirsi un futuro. Fino a che ci saranno ancora le famiglie a sostenerci tutto continuerà in maniera imperturbabile, finiti gli aiuti, non immagino nemmeno cosa possa accadere, anzi lo immagino, ma è meglio non pensarci CONTRATTI A 5 EURO LORDI L'ORA 33 anni, laureata in archeologia, dottorato di ricerca, Scuola di specializzazione; Master in comunicazione; Specializzazione in archivistica, paleografia e diplomatica (Astrid) Essere qui a ripetere ancora una volta la mia storia corrisponde a dire che poco o nulla è cambiato nel panorama della precarietà intellettuale in Italia. Mi sono trovata in un ambiente sconosciuto e insidioso nel 2007, quando dopo 7 anni di collaborazione con l'Università mi sono vista costretta ad interrompere i miei rapporti di lavoro a causa di ripetuti e pesanti episodi di mobbing e molestie. Ho intrapreso una nuova strada: sono una libera (fino a un certo punto) professionista o - come dicono quelli che vogliono darsi un tono - una freelance oppure ancora, come ai giornalisti piace sbrigativamente definire la mia generazione, sono una precaria. Non sapere neppure cosa sei, non avere un'identità definita sembra una cosa da niente su cui si può di certo glissare. Eppure proprio la mancata definizione di questo punto dà inizio a quel processo di erosione, come il tarlo tanto inviso agli amici e fratelli restauratori, che mina dalle fondamenta la costruzione della propria identità. Ho studiato da archeologa. Ho lavorato per un decennio accettando nei primi tempi compensi minimi, perché la mia coscienza non era matura al punto da capire il limite tra dignità del lavoro e sfruttamento. Mi sono preparata come un razzo sulla rampa di lancio di Cape Canaveral per prendere il volo e descrivere orbite nel mondo della ricerca: per studiare, ricercare, insegnare. La navetta non è mai partita. Ho sempre avuto molteplici interessi e percorso binari paralleli, portando a termine studi di comunicazione di pari passo con quelli storici ed è stata la mia fortuna. Da un anno rifiuto i contratti di lavoro in cantiere a 5 euro lordi l'ora (5 euro di vergogna in primis per chi li propone), ho incarichi di consulenza con paga dignitosa che svolgo in orario (lungo) d'ufficio, la sera e nel fine settimana porto avanti i miei studi ed i progetti sui beni culturali. Tante, tantissime ore di impegno - spesso notturno - a scrivere, progettare, organizzare, lottare con la burocrazia (limiti d'età, di residenza, di anni trascorsi dal termine degli studi) e solo una minima parte di esse è retribuita o risulta utile nel marasma confuso delle politiche culturali del nostro Paese, che assegna poco ai meritevoli e scialacqua risorse infinite in nome del nepotismo. Ma quanta fatica, quanta poca felicità. GIOCANO SULLA NOSTRA DISPERAZIONE 28 anni, laureata in storia del patrimonio archeologico e storico-artistico, iscritta al primo anno della Scuola di specializzazione di Genova. Ho cercato di lavorare in un campo che fosse almeno un po' affine al mio ambito di studio, ottenendo una serie di collaborazioni per lavorare come guida turistica, addetta all'accoglienza e alla biglietteria in alcuni musei torinesi. Il contratto a collaborazione non da' nessuna continuità e nessuna garanzia: si viene contattati quando c'è lavoro e lasciati a casa senza nessun preavviso e se si è malati non si viene pagati. Il compenso è relativamente basso perché le cooperative tendono a pagarti il meno possibile giocando sulla tua disperazione e sul grande bacino da cui possono attingere. Vorrei inoltre sottolineare che la formazione o le competenze non vengono assolutamente tenute in considerazione e molto spesso si viene sostituiti da volontari o neo-diplomati che sicuramente costano ancora meno. La collaborazione con il museo diocesano di Cuneo è praticamente a titolo gratuito ed è svolta insieme ai volontari locali. L'unica nota positiva è la possibilità di lavorare sul campo e di capire come funziona effettivamente un museo, anche perché da questo punto di vista l'università non ti forma assolutamente. Twitter: stefanomiliani
l'Unità
27 Settembre 2012
Sfruttati, infuriati, ignorati: storie dall'inferno dei precari dell'arte
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Bene culturale
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