OGGI ritorna all'ordine del giorno del consiglio regionale il disegno di legge sul paesaggio. È una notizia che passa in secondo piano. ella medesima seduta, infatti, si discuterà dei comandati e del loro peso economico sul bilancio, sull'onda lunga delle dimissioni della Polverini da presidente della Regione Lazio e di uno scandalo sui costi della politica che si va allargando in Italia come fattore di allontanamento dei cittadini dai politici. A questo distacco ascriverei anche quanto sta accadendo sul paesaggio. Appena si seppe, lo scorso 18 settembre, che il disegno di legge sarebbe approdato in Consiglio, si moltiplicarono le espressioni di dissenso, ma anche disamine propositive che mettevano in evidenza come potessero essere apportate modifiche significative. Legambiente, Italia Nostra e Wwf avevano già espresso le loro preoccupazioni all'approvazione in giunta del disegno di legge e hanno dovuto ribadirle quando è uscito dai lavori della commissione consiliare, modificato significativamente solo per aver restituito al Consiglio il potere di approvazione del piano paesaggistico regionale assegnato alla giunta, nella proposta. Nella sostanza, le preoccupazioni per il Piano della Penisola Sorrentina e per il Vesuvio non erano state fugate, al punto da riproporre le proteste dei presidenti nazionali di quelle associazioni che toccavano la sensibilità del ministro dell'agricoltura Catania, il quale aveva appena fatto approvare dal Consiglio dei ministri una proposta di legge per fermare il consumo di suolo. In questi giorni si sono espresse, per chiedere un ripensamento e sostanziali modifiche alla legge, le diverse componenti dell'Università che si occupano di paesaggio: giuristi, pianificatori, paesaggisti, conservatori e restauratori, indipendentemente dalle posizioni politiche che, a volerle rintracciare tra i firmatari di documenti e autori di articoli, coprono un amplissimo arco. I professori si aggiungono ai movimenti le cui iniziative sono condensate nel sito del forum "Salviamo il paesaggio". Diversi giornali locali hanno dato ampia voce a questo dibattito consentendo l'espressione di una ricca geografia di opinioni. La maggioranza non si lascia scalfire e risolve la mancanza del numero legale con il rimando alla conferenza dei capigruppo per rimettere il disegno di legge all'ordine del giorno. Esemplare di questa indifferenza sono le dichiarazioni di Taglialatela a "Repubblica", dove taglia corto su ogni critica con i suoi assi nella manica. Quando il direttore regionale ha smentito, con apposito comunicato stampa, lo sbandierato perfetto accordo tra Regione e ministero ha dovuto ricorrere alla giustificazione di errata trasmissione di atti, ma possiamo sapere quali sono i rilievi del direttore? Quando ha dovuto difendersi dalle critiche dei professori, ha citato un accordo col preside di Architettura, ma possiamo conoscere questo segreto documento? Le critiche si sarebbero potute avanzare in conferenza dei capigruppo, la quale si è tenuta rigorosamente chiusa, secondo la regola che vi assegna la funzione di discutere solamente dell'ordine del giorno. L'importante è fare in fretta per approvare la legge, il tempo ha il difetto di favorire il confronto e dover cercare le argomentazioni per difendere una decisione piena di contraddizioni e d'inconfessabili propositi. Nelle democrazie avanzate ai rappresentanti eletti si chiede accountability, ma questa parola manca nel vocabolario della politica italiana e non perché è di una lingua straniera, ma perché misura la distanza con l'opinione pubblica. Quel flagello che sta mettendo in ginocchio le Regioni italiane.