FRA le varie ignominie venute alla luce nella incredibile vicenda della Regione Lazio, una mi ha colpito per la sua sempre più frequente ricorrenza: l'uso della cultura alias delle associazioni "culturali" come paravento per "altre" attività. È, in verità, un'abitudine ricorrente, anche qui in Sicilia: lo è per dissimulare scippi alla Pubblica Amministrazione in nome di attività che di culturale non hanno proprio nulla; lo è per simulare altre attività, non sempre orientate alla carità; lo è per dare a politici, veri o fasulli, la possibilità di mettersi in vetrina, tanto davanti all'opinione pubblica, quanto ai mezzi di informazione. L'espressione "cultura" in effetti è diventata nella sua evoluzione socio-linguistica un'espressione "aperta": un'espressione cioè non più connotante un'area e un ambito tecnicoprofessionale, bensì un humus, un'attitudine, un interesse di gruppo. La derivazione di quest'accezione traslata del termine è, in verità, anche legittima: tutti gli studi antropologicoculturali, in particolare del Novecento, hanno aperto la strada a questa deriva. La crescente integrazione tra natura e cultura, spesso a danno evidente della prima, ha legittimato siffatto ibridismo linguistico. Fino a farlo scivolare verso una forma quasi di sinonimia insignificante di ogni espressione vagamente riconducibile ad attività dell'uomo e dei gruppi sociali non identificabili immediatamente con precise aree di attività dell'uomo. Nessuno, infatti, oserebbe usare in modo alternato "cultura" per dire sanità, biologica, agricoltura, ingegneria e così via. La cultura, invece, è sempre più diventata terreno di invasione e di occupazione da parte dei politici e della politica, soprattutto quando appare inevitabile trovare alibi e pretesti per stare in vetrina o erogare impropriamente risorse. È così che le deleghe a qualsiasi livello istituzionale alle politiche culturali diventano molto ambite, è così che tutte le attività intellettuali e artistiche in qualsivoglia forma amministrativamente organizzata, diventano posizioni di potere per chi le va a gestire e otri da svuotare per chi, in un modo o nell'altro, riesce ad acciuffarne il boccaglio. Tutto ciò mi fa venire in mente quanto accade anche nella cultura militante, giacché i vizi non sono mai né soli, né isolati: la frequenza con la quale tutti, e dico proprio tutti, ritengono di potere parlare di filosofia, letteratura o più genericamente di scienze umane è pari solo alla frequenza con la quale tutti parlano di calcio. A nessuno, o quasi, verrebbe in mente di dare giudizi e pareri sulle biotecnologie o sul bosone di Higgs, oltre un vago sentimento di interesse o di ammirazione, tutti o quasi, invece, ritengono di essere in grado di dare giudizi e pareri sulle linee di sviluppo di una istituzione teatrale, cinematografica o letteraria, di un'accademia scientifica o di un'università, con tutto ciò che Istituzioni come queste significano e rappresentano per la loro storia "culturale" e per il loro impatto etico-formativo. Sta qui il punto: restituire e forse recuperare a queste Istituzioni prestigio e dignità eticoformativa. Un'università come un Teatro, un'Accademia scientifica come laboratorio sperimentale di attività performative, una scuola di teatro come una di diritti umani hanno un valore oggettivo se gli investimenti di risorse, finanziarie e umane, pubbliche e private, di Istituzioni o cittadini, in tali "imprese" sono davvero efficacemente produttive per la collettività. Con un occhio ai giovani inoccupati, efficacia e produttività debbono essere palesemente valutabili e verificabili, in modo da correggere, se necessario, il tiro e ridistribuire tutte le risorse in modo più efficace, senza trascinamenti abitudinari o clientelari. Questa è la vera "cultura", ovvero il luogo per eccellenza nel quale la coltivazione dei sentimenti e dei valori, coniugata con la valutazione dei meriti e la ricorrenza oggettiva della valutazione, può dare fiducia nelle Istituzioni, specie alle giovani generazioni, aprendo fra loro spazi occupazionali ai più meritevoli, in particolare in una terra, come la nostra Sicilia, dove la mafia e tutto ciò che è mentalità e abitudine mi rifiuto quasi di chiamarla "cultura" mafiosa, avviluppata sull'indifferenza e sulla rassegnazione per l'inelluttabilità del destino, si annida e cresce. La cultura deve essere esemplarmente l'area di iniziativa e attività più trasparente e più aperta alla verifica e alla valutazione, deve essere la meno legata ai trascinamenti clientelari e pseudosociali: la cultura deve produrre ricchezza vera e pulita, non può essere luogo di compensazione della politica clientelare. Il circuito economico- produttivo della cultura e dei beni culturali, tutti, deve essere un circuito redditivo per la comunità e per il Paese, non può e non deve essere una forma di terziario della cultura, parassitariamente ancorato alla politica, piuttosto che al territorio. È questa l'etica della cultura che sogno: non si può parlare di eticità, di lotta alla mafia, di dignità dell'uomo, anzi della persona umana, se non si parte da un profondo esame di coscienza sulla gestione dei sistemi culturali, parlare dei quali e per i quali dovrebbe essere un piacere, non un tormentone, come sempre più spesso accade. È questo quel che io chiamo il "piacere dell'etica", che non può che partire dalla cultura, vera.
SICILIA - Le invasioni di campo e l'etica della cultura
L'autore critica l'uso della cultura come paravento per attività non culturali, come lo sfruttamento di risorse pubbliche per politici o gruppi di interesse. La cultura è diventata un'espressione "aperta" e non più connotativa, e viene utilizzata per dare prestigio e dignità alle istituzioni politiche. L'autore sostiene che la cultura deve essere produttiva e trasparente, e che deve essere un luogo di iniziativa e attività aperte alla verifica e alla valutazione. La cultura deve produrre ricchezza vera e pulita, e non può essere un luogo di compensazione della politica clientelare. L'autore sogna un'etica della cultura che sia basata sulla gestione dei sistemi culturali e sulla dignità dell'uomo.
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