Polemiche per l'albergo che oscurerà il Canal Grande Oggi solo gli amministratori locali tutelano il paesaggio togliendo il lavoro a inefficienti funzionari statali Venezia è l'evidente negazione di ogni utopica aberrazione prodotta dalla cultura urbanistica modernista ed è anche il più straordinario monumento alla diversità che rifiuta gli schemi massificanti di certo globalismo. È forse per questo motivo che da molto tempo politici, architetti e urbanisti «di regime» si accaniscono contro la sua irriducibile bellezza e diversità cercando di farla diventare una città qualsiasi. Ne hanno provate di tutte: l'hanno attaccata alla terraferma, il fascismo si è inventato Marghera, il Piazzale Roma (che non poteva chiamarsi diversamente) e poi costruendo una stazione ferroviaria nel più triste genere littorio-razionalista. Nel dopoguerra ci hanno provato in tanti: anche a un genio come Frank Lloyd Wright era scappato un progetto di «architettura della prateria» sul Canal Grande ma si era fermato per tempo; invece a salvare la città dallo sciagurato progetto dell'ospedale di San Giobbe di Le Corbusier ci ha pensato il destino. Poi sono arrivate stravaganze di ogni genere: sopraelevate e metropolitane, di tutto e di più. Fortunatamente tutte queste vigliaccate sono state fermate dal buon senso dei veneziani e dalla necessità di fare fronte ad altre emergenze. È solo da poco che alcuni di quegli incubi riprendono corpo: si è cominciato con il ponte di Calatrava e oggi si sta costruendo un enorme hotel scatolone proprio di fianco. Una volta Venezia assorbiva dal Levante intelligenti contaminazioni culturali che le hanno permesso di elaborare un suo straordinario linguaggio delle forme: oggi dall'Oriente sembra importare la peggiore paccottiglia di Hong Kong e di Abu Dhabi. La vicenda ha anche un suo interessante risvolto culturale e politico. Le scorse settimane è stata costruita una polemica piuttosto pretestuosa sulle presunte responsabilità del federalismo e dell'eccesso di decentramento nei processi decisionali che riguardano l'ambiente e l'urbanistica: sul Corriere prima Ernesto Galli della Loggia e poi l'ex ministro Antonio Paolucci se la sono presa con gli amministratori locali accusandoli delle peggiori nequizie. Oggi (ieri per chi legge, ndr) sullo stesso giornale (sia per una volta lodato Gian Antonio Stella!) si leva un provvidenziale allarme contro questo scempio da cui risulta con chiarezza che a difendere la città ci abbiano provato solo gli amministratori locali nella più totale assenza dei funzionarioni statali. Ma non dovevano essere i soprintendenti romani i più sicuri garanti della salvezza del nostro paesaggio? Qualcosa evidentemente non va e viene il sospetto che ancora una volta Roma cerchi di fare uno sgarbo a Venezia, al suo glorioso passato e anche ai pericolosi significati che esso può evocare. C'è per questo da augurarsi che siano invece oggi gli autonomisti - che in Veneto hanno la loro coriacea roccaforte - a farsi sentire: il centralismo italiano non si impone solo con tasse e burocrazia ma anche con gli scempi architettonici. Chi custodisce il paesaggio da chi prende uno stipendio per custodirlo?