Il professore Vittorio Sgarbi è stato tra i protagonisti del FondiFilmFestival, invitato dall'organizzazione per inaugurare la mostra di Piero Guccione. Lo abbiamo incontrato in un noto ristorante della città, e lui ha risposto alle nostre domande... Incontriamo il professore Sgarbi al FondiFilmFestival Valorizzare il patrimonio artistico? Io farei così... INCONTRIAMO Vittorio Sgarbi nel ristorante «Riso amaro», un locale elegante nel cuore di Fondi, dove il professore si è recato in occasione dell'XI Film Festival per inaugurare la mostra personale di Piero Guccione. Al tavolo con lui ci sono il pittore Ettore de Conciliis e il regista Carlo Lizzani. Impossibile non cadere nella tentazione di rivolgergli alcune domande... Professore Sgarbi, lei ha curato alcune bellissime mostre: esiste forse una sorta di filo conduttore che le unisce? Be', alla fine della vita il filo riesci a trovarlo da solo. Ma non c'è un disegno preliminare che porti da una parte precisa: è come per un regista, spesso si hanno in mente delle cose e poi se ne fanno delle altre perché magari si ha un produttore con delle richieste e tu ti muovi in quella direzione. Il discorso scivola presto sulla Biennale di Venezia: nel 2011 lei, curatore del «Padiglione Italia», per scegliere gli artisti da ospitare ha chiesto consiglio agli intellettuali più raffinati del Paese.... Sì, in larga misura il risultato rappresentava la visione che esponenti della letteratura, del cinema, del teatro, della musica, della filosofia avevano dell'arte italiana nei limiti in cui ne conoscevano l'entità. L'idea per me formidabile di allargare a tante persone l'occhio critico, ha però suscitato alcune critiche, del tipo: 'Quegli artisti sono i raccomandati di...'. La parola 'raccomandazione' è un abuso, un vizio, se indica l'opzione che una persona fa rispetto a quello in cui crede. Ed è anomalo che persone come Eco, Arbasino, Ozpetek Olmi... siano considerate attendibili solo se segnalano un libro o un film e non se segnalano, per esempio, De Conciliis". Nel suo ultimo libro («L'arte è contemporanea», Bompiani), lei sostiene che la contemporaneità è un dato cronologico, non ideologico. Vuole spiegare brevemente questo concetto? C'è da dire che io sono l'ultimo di una lunga tradizione - che parte da Longhi e arriva al mio maestro, Arcangeli - convinta che non ci sia una linea di confine tra l'arte antica e quella contemporanea, e soprattutto convinta che l'arte sia un continuum. Non posso pensare che gli ultimi trenta o quarant'anni rappresentino un mondo a parte perché c'è l'avanguardia rispetto a Cristoforo Scacco o a Caravaggio. Caravaggio è un pittore contemporaneo!, e io - nella mia percezione - non vedo nessuna differenza tra l'arte sino al 1930 e l'arte successiva. Certo, ci sono stati dei 'traumi formali', però io non considero Rothko o Mondrian un mondo diverso dall'arte antica. Eppure molti miei colleghi sono convinti che il metodo di agnizione dell'arte contemporanea debba essere diverso: e con questo li considero dei cretini. Hanno detto: Sgarbi odia l'arte contemporanea. Se a me non piace Pistoletto (perché non m'importa nulla di vedere l'ennesimo specchio), io odio forse tutta l'arte contemporanea'? Non conta che mi piacciano Guccione o De Conciliis? Secondo loro Sgarbi deve 'odiare': questa è la logica. Va bene se parla di Cristoforo Scacco o di Mantegna, ma non è competente in un ambito specifico che diventa scienza a sé che è l'arte contemporanea. E questa perversione (separare il 'contemporaneo' dall'arte precedente) non è, credo, uno strumento critico inoppugnabile; tant'è vero che ci sono stati molti esempi capaci di stare in bilico fra l'arte antica e l'arte contemporanea». Invece, Professore, che cosa potrebbe essere fatto oggi per la cultura e la valorizzazione del patrimonio artistico? «Sarebbe sufficiente ridurre le intercettazioni del 90 per dare ai beni culturali circa 360 milioni di euro. Perché in Italia spendiamo circa 400 milioni di euro per intercettare di tutto: con chi va a letto Beniusconi, cosa fa Feltri, che cosa ha detto Mancino a Napolitano. Secondo punto: fare coincidere il Ministero del Tesoro con quello dei Beni Culturali. Mi domando: perché una Ferrari la teniamo bene e una rocca del Quattrocento la lasciamo crollare? Dovremmo far coincidere i due dicasteri in uno solo: il Ministero del Tesoro dei Beni Culturali'. In modo che il nostro patrimonio sia valutato per quello che è: nella manutenzione, nella conservazione, nel restauro. E ancora: non voglio certo fare il pacifista (non sono nemmeno comunista!), ma cosa me ne faccio di un carro armato o una portaerei? Abbiamo mezzi che sono potenzialmente corrispondenti alle necessità ma contrastano con l'articolo 11 della Costituzione, secondo cui l'Italia ripudia la guerra. Dovremmo invece avere un esercito di polizia civile che difendesse cittadini e i monumenti» Professore, una riflessione su come la definizione di «artista» sia mutata nel tempo... «Potremmo fare due considerazioni: da un lato si sta indebolendo la koiné (lo spirito comunitario), dall'altro c'è un eccesso di creatività». Gli artisti - secondo Sgarbi - sono davvero troppi. Il risultato? «Disagio nel giudizio e difficoltà nel ritrovarsi insieme...» Accenniamo al modo di «scrivere d'arte in Italia», ed ecco che il professore torna ad appassionarsi citando gli esponenti del suo filone: «Quelli della 'scuola longhiana' erano scrittori d'arte - dice quasi con nostalgia - capaci di creare un plot narrativo, di raccontarti qualcosa». E poi aggiunge con rammarico: «Oggi non è più così».