È aperta fino al 18 novembre la mostra delle opere dell'Accademia Carrara a Bologna. Si tratta complessivamente di una trentina di opere (per la precisione, 29) che rappresentano nature morte, esposte in Palazzo Fava, di proprietà e per cura della Fondazione Cassa di Risparmio bolognese («Natura morta del XVII e del XVIII secolo dalle collezioni dell'Accademia Carrara di Bergamo, via Manzoni, 2, fino al 18 novembre). E fin qui basterebbe la notizia. Sono tuttavia necessarie alcune informazioni più dettagliate, che rivestono notevole importanza, in quanto parte delle opere non sono di solito visibili perché custodite nei depositi, e soprattutto perché si sono scoperte, in seguito agli accurati studi di Davide Dotti, nuove e più accreditate attribuzioni, ed anche ambiti culturali diversi da quelli citati in precedenza. È il caso, ad esempio, della «Natura morta con galli, anatra, oca e piccioni ritenuta di scuola emiliana ed invece apparsa più coerente con gli ambiti lombardi, ed opera molto probabile del milanese Angelo Maria Rossi, eseguita tra il 1680 -1690. Così per alcune altre opere, come il «Bouquet di fiori entro vaso istoriato bluette di Francesco Mantovano, e il «Mazzo di rose entro boccia di vetro di Adeodato Zuccati, bolognese. Non mancano comunque alcune delle opere più conosciute ed amate della Carrara, a cominciare da Evaristo Baschenis, con i suoi strumenti musicali silenziosi e impolverati, immersi nell'immobilità del tempo. E poiché ora siamo a Bologna, non viene in mente forse lo statico, atemporale silenzio delle bottiglie, talvolta anch'esse polverose, di Morandi ? Del Baschenis ci sono tuttavia anche altre nature morte, con polli, tacchini, anatre, frutta e verdura, come per dire che l'abilità del maestro non era soltanto legata agli strumenti, ma spaziava anche in altri campi, sempre di oggetti e natura e animali morti, talvolta anche già spennati, come appunto in quella dove appaiono galline e anatre pronte per la cottura, in mezzo a turgidi frutti. Poi, oltre alle verdure e ai frutti di stagione, i fiori. Eccellono, con dettagli tipicamente fiamminghi, due opere di Jan Brueghel il Vecchio, con fiori, qualche farfalla o impreziositi da gioielli, e altri mazzi di fiori più carnosi, opulenti. Ci si incammina verso il Settecento, la sontuosità barocca cede il passo al barocchetto, o rococò, ma senza sfarfallamenti né smancerie o ricami o pizzi. Qui si va sul sodo: «Due polli spennati appesi al muro del piacentino Felice Boselli e, dello stesso «Interno di macelleria, con qualche ricordo di Annibale Carracci, che aveva lo zio macellaio, e che si dilettava, in gioventù, a dipingere garzoni intenti a mangiare fagioli o quarti di bue appesi ai ganci. E poiché si è citato il Carracci, si vada subito al piano di sopra, detto ancor oggi piano nobile, dello stesso palazzo, dove i tre Carracci, due fratelli e un cugino, dipinsero i fregi di alcune sale, tra cui quella, stupenda, delle storie di Giasone e Medea. Il percorso non è vano, perché si ha modo di ammirare, fino al 7 ottobre, una parte della bella collezione di nature morte del direttore d'orchestra bolognese Francesco Molinari Pradelli, e fare, in certi casi, anche gli opportuni confronti. Il maestro, scomparso nel 1996, aveva costituito una notevole collezione di nature morte del Sei-Settecento, ma aveva poi arricchito la raccolta con altre opere, tra le quali anche un bel ritratto del gentiluomo Carlo Tinti, del bergamasco fra' Galgario. Essendo infatti il maestro spesso a Bergamo per dirigere opere e concerti, aveva pure acquistato presso antiquari bergamaschi diversi lavori, che ora fanno parte della collezione. Ecco quindi due mostre che in un certo senso si confrontano, e in qualche modo si completano, anche in una linea di interessi e di occasioni culturali che si diramano tra la città lombarda e quella emiliana. Il catalogo di questa mostra, edito da Bononia University Press, è stato curato da noti critici e storici dell'arte (Angelo Mazza, Andrea Emiliani, Mina Gregori, Eugenio Riccòmini, Nicola Spinosa, Claudio Strinati) e dal musicista L.F. Tagliavini, i quali tutti di Molinari Pradelli furono estimatori ed amici.