La vicenda dei piani paesistici della Regione mi è troppo nota per non entrare nel merito delle questioni sollevate da un gruppo di colleghi urbanisti, cui ha fatto seguito un appello anche da me sottoscritto, in merito alla proposta di legge regionale sul paesaggio. Posto che non ritengo che il paesaggio possa essere materia regionale, in linea di principio, e già mi parve discutibile l'allestimento che anni fa si andava facendo dei piani paesistici sulle aree individuate nei cosiddetti "galassini", avendo come riferimento la sola e scarna legge 149739, sembra che ora non solo la regionalizzazione di tale ambito sia largamente accettata e praticata, ma addirittura si vadano producendo più e diverse legislazioni regionali, almeno quante sono le circorscrizioni nazionali. Il che, se trova una ragione in termini di interventi correttivi e di restauro del paesaggio, i soli che in particolare le regioni meridionali possano e debbano affermare e la Campania in particolare, dato lo sfascio che vi si è lasciato produrre ed accumulare, dovrebbe essere in primo piano sull'argomento non la trova nel merito delle valutazioni di base, le quali per essere valide dovrebbero uniformarsi ad una obiettiva esigenza di conservazione e valorizzazione dei tipi, identificati da studi di respiro nazionale e non soltanto locale. E cioè quanto già si trova normato nella legislazione vigente, il Codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo 422004). Ma gli aspetti più singolari della proposta di legge riguardano senz'altro le norme che sembrano entrare in conflitto proprio con gli strumenti esistenti, come il Put della penisola sorrentinoamalfitana, dal quale verrebbero escluse notevoli estensioni territoriali, da Castellammare di Stabia a Cava dei Tirreni - senza alcuna motivazione plausibile, che non sia quella di volervi consentire l'estensione del famigerato "piano casa" o una pianificazione ordinaria notevolmente più permissiva. Oppure la "sospensione" della "zona rossa" a rischio Vesuvio, in attesa di consentirvi completamenti e ristrutturazioni, pattuendo evidentemente col diavolo una moratoria che neppure il piano strategico operativo aveva lontanamente previsto. Infine, e più generalmente, le norme in discussione operano una significativa confusione tra dettato di natura urbanistica e dettato di natura paesaggistica, allo scopo non dichiarato di alterare il primo per mezzo del secondo ed ottenere con l'affermazione di un minor valore paesistico di parti del territorio già normato un implicito viatico per la reintroduzione di criteri e strumenti ordinari. Ora, se c'è un obiettivo che la Regione Campania dovrebbe perseguire con costanza, esso è proprio la difesa ad oltranza di ciò che resta, e che già precedenti amministrazioni, abbagliate da facili successi mediatici e d'immagine rivelatisi poi un immenso bluff hanno contribuito a compromettere, anche con la complicità e l'ossequio di settori della intellettualità locale, com'è accaduto a Ravello con l'improvvida costruzione dell'auditorium. Circola poi la voce che l'assessore Taglialatela abbia lamentato che "la sinistra" voglia mantenere il monopolio delle normative in materia paesistica e più generalmente urbanistica. Converrà ricordare che anche la sinistra si è resa colpevole di trascuratezze, dimenticanze ed errori significativi, nell'elaborazione degli strumenti urbanistici locali e territoriali; ma soprattutto converrà ricordare che il paesaggio non è di sinistra né di destra, mentre dovrebbe essere oggetto di cura comune, sottratto proprio alle logiche degli interessi spartitorii della politica. Infine e mi pare ancora più significativo occorrerebbe integrare qualunque nuovo strumento urbanisticopaesistico di specifiche previsioni di restauro e recupero del patrimonio, individuandone e indirizzandone le modalità di realizzazione e di verifica. Diversamente le norme potranno al massimo valere per il futuro, ma nessuna azione di qualificato reintegro sarà mai possibile, com'è stato dimostrato anche dalla temporanea conclusione della vicenda del Fuenti, raccontata su queste pagine direttamente dalla proprietaria, qualche settimana fa. In attesa dunque che la Campania si doti finalmente di quel piano paesaggistico regionale cui era tenuta dal lontano 1985 a seguito della legge Galasso, utilizzando magari il vastissimo materiale di studio accumulato durante il lungo, valido ma sfortunato lavoro compiuto attraverso l'Infratecna, sarebbe opportuno non inficiare i pochi strumenti normativi presenti con iniziative destabilizzanti e sostanzialmente riduttive dell'azione di tutela di cui il paesaggio locale ha estremo bisogno.