Da giovedì in libreria un saggio di Giuseppe Barbera, edito da Sellerio, che racconta l'età felice del verde palermitano e la sua distruzione voluta dai comitati d'affari Le ruspe portarono a termine la prima missione in pochi giorni nell'inverno del 1965. Quando arrivarono, trovarono già nuda la campagna attraversata dal viale d'ingresso e non ebbero motivo di accanirsi sugli alberi di mandarino. Qualcuno aveva già provveduto a spiantarli, con cura perché le radici non si danneggiassero, e poi a trapiantarli alla Favorita dove, forse, ancora vivono. Entrarono nel giardino abbattendo i piloni d'ingresso, schiantando come fuscelli gli alberi delle due pinete e puntarono ai bersagli grossi della grande vasca dell'irrigazione, la gebbia, alta sul piano della campagna, e i corpi bassi con il frantoio e il garage che era stato delle carrozze e poi delle automobili e delle nostre biciclette. Non mi accorsi di nulla. Nei mesi d'inverno vivevamo in città e ci trasferivamo in campagna, a Resuttana ai Colli, nel mezzo della Conca d'oro in linea d'aria tre chilometri quando terminava la scuola, fermandoci fino ai primi di ottobre. Papà, che ogni giorno per lavoro raggiungeva la villa, non amava parlare di quel che stava succedendo. Non creò, quell'inverno, nessuna occasione per recarci a Resuttana e credo che neanche mamma ci sia mai andata. Anche con il suo silenzio ci risparmiava la cognizione dello scempio. Di quel che avveniva la distruzione del paesaggio della sua vita era ovviamente ben consapevole. (Incipit di Conca d'Oro, di Giuseppe Barbera, Sellerio, pagine 157, euro 12, in libreria dal 27) Nessuna immagine della Conca d'Oro parla come certe tele di Lojacono e dei suoi allievi. Si vedono nei dipinti, i punti salienti di quel paesaggio fiabesco che ha accompagnato Palermo dai primordi dello sviluppo fenicio fino alla metà degli anni Cinquanta del Novecento: la corona dei monti che vira di colore dal grigioblu al giallo-rosato, il monte Pellegrino, la città al centro della piana verdeggiante, con le sue borgate che sembrano satelliti attorno ad un pianeta. Metterle a confronto quelle tele, con certe sbiadite foto a colori è un esercizio crudele, i fotocolor sembrano bugiardi, tanto sono sfilacciati i colori. Se il paragone regge, si può benissimo affermare che qualsiasi immagine sarebbe eccessiva per descrivere la Conca d'Oro. Giuseppe Barbera, consapevole della forza evocativa delle parole, si affida unicamente ad esse per descrivere il "paradiso perduto" in "Conca d'Oro", edito da Sellerio, in libreria dal 27. È un racconto minuzioso, infarcito di centinaia di citazioni letterarie, scientifiche, di una perdita irreparabile, di uno smarrimento in cui è incorsa la comunità palermitana nel breve volgere di pochi decenni, che sono poca cosa se paragonati ai duemila e settecento anni di storia complessiva. E comincia il racconto con un ricordo di famiglia, di quel giardino alla Piana dei Colli che era arrivato al patrimonio di casa dal nonno, senatore del Regno, antigiolittiano, in cui era stata avviata l'azienda lattiera. La villa nel '65 fu smembrata, devastata dall'arrivo delle ruspe. Molti anni dopo, chi andava a trovare Renzo Barbera nel suo studiolo di via dei Nebrodi, rimaneva incuriosito da quell'immagine aerea dei primi anni Sessanta in cui si vedevano ancora i giardini e le attrezzature dell'azienda. E stentava a credere e a riconoscere che quella foto fosse diventata la trafficata via dei Nebrodi. Renzo Barbera, che non era ancora diventato il gattopardo del calcio, non poté fare nulla per bloccare lo spietato meccanismo affaristico che assediò di bruttezza la vecchia villa Briuccia. Era già tutto scritto nel piano regolatore. E allora bisogna cominciare daccapo, riprendere il filo della memoria e ricordare come Silio Italico descrisse la campagna palermitana, più di duemila anni fa: ricca di messi e di molti alberi. Non manca l'acqua nella pianura, l'alta cornice di monti ha una natura permeabile che ne permette l'immagazzinamento per vie sotterranee, In alcuni punti riemerge l'acqua, in altri è l'ingegno dell'uomo arabo a farlo con le meraviglie dei qanat, canali sotterranei con pendenza regolare. Cresce di tutto nell'aurea concha. Già, la Conca d'Oro. Ma quando nasce questa definizione? Barbera rintraccia la citazione in un poemetto quattrocentesco di Angelo Callimaco. Ma, sottolinea il docente universitario di coltivazioni arboree, ora anche assessore al Verde, non è che mancassero attributi elogiativi a Palermo. «La città scrive l'autore alla fine del Quattrocento era Urbs felixe poi ricetto sicuro della pace, ricco tesoro dell'Abbondanza, unico ricovero della Felicità». È con gli arabi che il suolo della pianura fa i progressi più avanzati. Provenendo dai paesi della "mezzaluna fertile", gli arabi sono consapevoli di quanto sia preziosa l'acqua e introducono mezzi, tecniche e colture che pongono Palermo all'avanguardia. «Quella degli arabi sottolinea Barbera - è una visione olistica dell'insieme, che lega uomini, animali e piante, che unisce città e campagne, anima e corpo, bisogno e desideri: le necessità della sussistenza e del commercio, del cibo e dell'energia, della bellezza e del piacere». Un'armonia che sarà percepita in tutte le sue sfumature dai viaggiatori e geografi: Ibn Hawal, in periodo arabo, Romualdo Salermitano e Al-Idrisi in quello normanno. Ognuno lascia descrizioni favolose dei luoghi. Scrive il geografo Idrisi: «Palermo abbonda di alberi da frutta e dentro la cerchia delle mura che tripudio di frutteti, quale magnificenza di ville, e quante acque dolci correnti condotte in canali dai monti». È il periodo dei sollazzi della Cuba, di Maredolce, della Zisa. Ugo Falcando si incuriosisce per i cetrioli che sono piccoli e corti e le carrube la cui dolcezza adesca la gola dei contadini e dei fanciulli». L'arancio e il limone sono segnalati nel 1094 e nel 1095. Nel Papireto crescono i "barbir", papiri così robusti da farne carta per scrivere. Le descrizioni dei secoli successivi raccontano di trasformazioni agrarie imponenti, di un alternarsi fra colture irrigue come la cannamele ad altre asciutte come olivo e vite. Fino ad arrivare all'imponente trasformazione agraria dell'Ottocento che circonda la Conca di profumatissimi agrumeti. Non sono solo un'entità produttiva che muove una grande ricchezza, che varca i confini degli oceani. Sono soprattutto un capitale paesaggistico e ambientale inestimabile che le generazioni successive aggrediscono senza alcun ritegno. E si arriva così al dopoguerra, con una classe amministrativa in affari con la mafia che detta le linee programmatiche dello sviluppo urbanistico. Cemento spalmato dovunque, anche dove se ne potrebbe fare a meno, senza alcun rispetto dei valori paesaggistici e ambientali. Le mani sulla città di Vassallo, Lima, Gioia e Ciancimino cancellano per sempre l'incanto e la fiaba millenaria.