Tutti i siti dell'Isola incassano meno della sola Pompei Legioni di custodi, zero investimenti così aree archeologiche e musei si sono trasformati in carrozzoni MUSEI vuoti ma affollati di custodi, incassi inferiori a quelli della sola Pompei, decine di aree archeologiche abbandonate o chiuse. La gestione dei siti culturali da parte della Regione è disastrosa. Le cifre e le storie dello sfacelo, il confronto con altri modelli di gestione dei beni culturali. SULLA targhetta del suo ufficio c'è scritto «dirigente unità operativa musei di Gessolungo, La Grasta e Trabia Tallarita». Per oltre la metà, però, il dirigente della Regione dirige il nulla. Perché i musei delle miniere di Gessolungo e di La Grasta esistono solo sulla carta o, meglio, sulla targhetta. E se un malcapitato turista dovesse andarci perché magari scopre che la Regione li ha appena istituiti, si troverà di fronte due distese di erbacce, spazzatura e perfino eternit. È questa l'ultima follia di un'amministrazione che non ha i soldi per pagare le lampadine o togliere le erbacce dai siti gioiello, da Segesta alla Valle dei Templi, ma istituisce musei inesistenti. Il tutto mentre quelli aperti in alcuni casi sono chiusi al pubblico per la carenza di fondi e quelli funzionanti, conosciuti nel mondo, rendono poco o nulla: soltanto gli scavi di Pompei, tanto criticati perché in abbandono e senza alcuna struttura di supporto, incassano 16 milioni di euro, due milioni in più di tutti i beni culturali siciliani messi assieme. Questo in una Sicilia che spende invece 64 milioni all'anno per pagare oltre 1.700 custodi, sparsi in aree e siti che registrano poche decine di visitatori. Basti pensare che al museo della ceramica di Caltagirone lavora lo stesso numero di custodi della Valle del templi di Agrigento: 40 persone. Un assurdo. Ma qual è il vero stato dei beni culturali regionali? Quanti sono quelli a perdere, abbandonati a se stessi perché non ci sono soldi per mantenerli? Come migliorare questa pessima situazione? PERSONALE E INCASSI La Regione negli anni ha aperto 150 tra musei e siti archeologici affollati da 1.740 custodi tra dipendenti diretti e della società partecipata Beni culturali spa. In media ogni sito ha 11 custodi, in Toscana quattro. Il personale costa 64 milioni di euro e per la gestione ordinaria ci sono in bilancio tre milioni: una cifra irrisoria. Nel 2011 la Regione dai suoi beni ha incassato appena 14 milioni di euro: la Toscana 22 milioni, la Campania 26 milioni, il Lazio 48 milioni. Soltanto il sito di Pompei ha registrato 17 milioni di euro d'incassi, gli Uffizi otto milioni. Nell'Isola si salvano pochi siti: ad Agrigento se da un alto la Valle dei Templi ha avuto ben 583 mila visitatori per un incasso di tre milioni di euro, il museo archeologico, a due passi dalla Valle stessa, ha avuto appena 56 mila visitatori per un incasso di 147 mila euro. Rimanendo in zona, la biblioteca e il museo "Luigi Pirandello" hanno registrato 47 mila euro d'incassi, a fronte di 39 persone che vi lavorano per un costo di 1,7 milioni di euro. In provincia di Caltanissetta la situazione è sconfortante: complessivamente i siti funzionanti hanno incassato 10 mila euro e ospitato 19.590 visitatori, nonostante qui vi siano aree di pregio come quella di Gela. Il museo archeologico di Marianopoli ha avuto una media di tre visitatori al giorno per 147 euro d'incasso. Per tenerlo aperto la Regione paga una dozzina di custodi che costano 561 mila euro. La Sicilia non sa valorizzare nemmeno i suoi prezzi pregiati: basti dire che "L'adorazione dei pastori" di Caravaggio a Messina è ospitata in un museo che fa 12 mila visitatori all'anno. Lo stesso quadro è stato visto da 22 mila persone a Mosca: in soli quattro giorni, però. Qualcosa evidentemente non va. C'è da dire poi che i siti siciliani, nonostante l'esercito di custodi, non riescono mai a stare aperti tutto il sabato e tutta la domenica, ma chiudono a singhiozzo perché «manca» il personale e non ci sono i soldi per garantire gli straordinari: forse anche perché i custodi fanno a gare per accaparrarsi i turni notturni, che garantiscono poi due giorni di riposo e non vogliono lavorare nel fine settimana. Di servizi aggiunti, nemmeno a parlarne. MANUTENZIONE E INCURIA Di fronte a incassi irrisori e a una spesa abnorme per il personale (negli ultimi anni agli oltre 1300 custodi sono stati affiancati prima i 220 assunti alla Beni culturali spa e poi 265 ex Pip), non sorprende quindi che manchino i soldi per l'ordinaria amministrazione. «In questi giorni il dipartimento ha assegnato ai vari responsabili dei principali musei e siti archeologici appena mille euro per acquistare materiale, il risultato è che i dipendenti stanno facendo collette per comprare la carta igienica, prodotti per la pulizia dei locali e perfino le lampadine», dice Michele D'Amico, del Cobas-Codir. Qualche esempio? Va bene che il Satiro è a Londra, ma al museo di Mazara del Vallo, che solitamente lo ospita, i custodi hanno comprato di tasca propria i prodotti per pulire le sale e le lampadine: che però non possono essere montate visto che il soffitto è alto 8 metri e senza un'impalcatura, che andrebbe affittata da una ditta esterna, non ci si può arrivare. A Caltanissetta al museo archeologico piove dal tetto e manca l'aria condizionata, così i reperti rischiano di sbriciolarsi per le alte temperature. A Palermo il Villino Favaloro sta cadendo a pezzi ed è inutilizzato. A Marsala chi in questi giorni vuole vedere la preziosa nave punica deve fare una corsa a ostacoli tra le erbacce. Stesso discorso a Segesta e Selinunte: la Regione, in piena campagna elettorale, ha annunciato che avrebbe inviato 6 mila forestali per tagliare l'erba ma, manco a dirlo, i servizi dai vari musei non hanno i soldi né per pagare le attrezzature, cioè le cesoie, né per garantire le giornate lavorative ai forestali stessi. A Palazzo Abatellis di Palermo mancano perfino le brochure e nella Villa del Casale di Piazza Armerina, appena restaurata, i mosaici sono messi a rischio dagli escrementi di piccione, che non possono essere tolti perché non ci sono soldi per la pulizia straordinaria. I MUSEI FANTASMA Di fronte a questo sconfortate quadro, con una Regione che non riesce a tenere aperto e funzionante il patrimonio esistente, ecco che si pensa bene di aprire nuovi musei, anche solo sulla carta, purché si creino uffici ad hoc per piazzare dirigenti, funzionari e così via. Qualche esempio? A Caltanissetta esiste un'unità operativa, cioè un ufficio, con tanto di dirigente e la seguente intestazione: «Musei di Gessolungo, La Grasta e Trabia Tallarita». Per metà si tratta di siti inesistenti. Oggi chi vuole visitare le ex miniere di Gessolungo e La Grasta si trova davanti solo erbacce e discariche abusive: i musei, infatti, non esistono ma sono stati istituiti ancor prima che le aree vengano espropriate. Un assurdo. Stesso discorso a Catania, con dirigenti del museo Biscari, mai aperto, e ad Agrigento, dove c'è un dirigente responsabile dei musei di Sciacca e Lampedusa, entrambi inesistenti. Insomma, la Regione paga personale che si dovrebbe occupare di qualcosa che non esiste. La risposta che darebbe l'amministrazione è scontata: i dirigenti sono pagati per avviare questi nuovi siti. Ma in un momento in cui non ci sono i soldi per comprare la carta igienica nei bagni della Valle dei Templi, ha senso pagare personale per aprire in futuro nuovi musei? LE AREE ABBANDONATE Tutto questo senza contare il fatto che in giro per la Sicilia ci sono moltissime aree archeologiche abbandonate, non aperte al pubblico oppure ancora sottoterra perché non ci sono soldi per completare gli scavi. Così capita di andare a Eloro, a due passi da Noto, e trovare l'importante insediamento greco, un'intera cittadina, chiusa al pubblico con un solo custode che per qualche ora la vigila. Oppure da rendere fruibile c'è l'area del "Sollazzo dello Scibene" ad Altarello di Baida, per non parlare della città di Segesta, ancora per metà sottoterra. «Il problema però è quello di rendere fruibili e appetibili le tante aree archeologiche aperte e con poche decine di visitatori dice il presidente regionale di Italia Nostra, Amedeo Tullio quasi abbandonate a se stesse. Mi riferisco all'Antiquarium di Himera, un gioiello poco o per nulla visitato, o a Eraclea Minoa nell'Agrigentino. I tour operator ignorano questi siti perché lamentano la mancanza di servizi aggiuntivi come bar e bookshop, ma se loro per primi non contribuiscono ad incrementare i visitatori sarà difficile trovare privati che vogliano investirci». Non a caso nella gara recentemente bandita dalla Regione per affidare a imprese del settore biglietterie e bookshop, moltissimi lotti siano andati deserti, da quello di Caltanissetta ai musei di Ragusa e Messina. "NESSUN PROGETTO" Quale può essere una via d'uscita da questa situazione? «Quello che manca in Sicilia, e non solo dice Monica Amari, docente di progettazione culturale alla Bicocca di Milano è un progetto culturale del territorio. Non c'è una visione organica tra tutela del bene, valorizzazione e promozione. Basti pensare al caso di Trapani: l'aeroporto ha fatto incrementare i turisti, 1 milione di visitatori sbarcano qui, ma quanti vanno poi a Segesta? Pochi, perché mancano i collegamenti. C'è poi un problema di accoglienza e formazione del personale, e manca un management del settore. La Sicilia dovrebbe investire di più in cultura per creare eventi che facciano conoscere le tante realtà presenti sul territorio: a Mantova, ad esempio, il Festival della letteratura attrae migliaia di visitatori, che poi frequentano i musei della città. Certo, se la Sicilia nemmeno ha presentato a Bruxelles la domanda per diventare una delle capitali della cultura, allora c'è poca speranza per il futuro».
la Repubblica
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Antonio Fraschilla
la Repubblica
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