È una delle più grandi del mondo: 150 mila manoscritti e codici. Ora è anche la più moderna con computer archivio informatico Terminata la ristrutturazione, accesso consentito solo agli studiosi Paolo Portoghesi ha ideato l'arredo del Salone Sistino diventato sala di studio Chi visita i Musei Vaticani non può più ammirare il Salone Sistino della Biblioteca, realizzato da Domenico Fontana a fine Cinquecento e interamente affrescato, 70 metri per 15 che ne fanno il più grande ambiente del genere: ritorna ad essere sala di lettura, e Paolo Portoghesi ne ha studiato l'arredo. Perché nell'era di internet e dell'informatica, della posta elettronica e dei giornali virtuali, la carta stampata resiste; i 200 banchi di studio della biblioteca più antica al mondo, ammodernati con l'attacco per i pc, spesso non bastano nemmeno. Sarà perché la Vaticana, erede dello Scrinum Sanctum di papa Silvestro (314-335), vanta tesori incommensurabili, che solo lì si possono trovare e studiare; sarà perché è una delle più vaste sulla terra, oltre un milione e mezzo di libri, ottomila incunaboli, 150 mila tra manoscritti e codici; sarà perché è anche divenuta una tra le più moderne. Papa Benedetto XVI ha voluto profondi rinnovamenti: dopo tre anni di chiusura per i lavori, oggi l'ingresso è nuovo, e occorre un badge elettronico; spesso i codici si studiano su perfetti facsimile, perché non si sciupino; anche il vecchio archivio è andato in pensione: in collaborazione con la Libreria del Congresso americana, ne è nato uno informatico, si chiama, è curioso, Iguana. Ma resta uno dei luoghi meno noti e più segreti al mondo: permesso soltanto agli studiosi veri, pochi per volta. La Biblioteca che conosciamo, nasce nel Quattrocento; poi cambia per successivo valere di numerosi pontefici (da Niccolò V a Sisto IV e via elencando); possiede «un terzo degli spazi dei musei», spiega Antonio Manfredi, uno dei nove studiosi e funzionari, che qui si chiamano ancora «scrittori»: come quando copiavano i codici. Pochi possono ammirarne i tesori più rari: quanto resta della versione quattrocentesca, con i banchi di studio intarsiati; o i primissimi Vangeli (ne sopravvivo- no due su quattro) dell'anno 200; o il codice che dominava la biblioteca di Federico da Montefeltro a Urbino, pure finita qui. I manoscritti sono tutti inventariati, ma catalogati solo per un decimo: «E' stato calcolato che per completare il lavoro servirà il lavoro di ben 900 anniuomo», dice Manfredi; intanto, però, i più importanti sono già stati tutti digitalizzati. Nella nuova sala di studio, sotto gli affreschi che sulla volta raccontano Roma com'era (e si vede ancora il vecchio San Pietro costantiniano), da ogni lato seguono un preciso programma iconografico, e al centro mostrano, da Adamo a Gesù, i ritratti degli inventori della scrittura, trenta studiosi si potranno accomodare, circondati da 40 mila volumi: banchi e luci inventati da Portoghesi, «in stili che non cozzino con tanta bellezza», nell'aula voluta per poter studiare più a lungo. I codici si leggevano solo alla luce del sole, «per questo il salone è stato voluto in alto: per poter lavorare anche più delle appena solite quattro ore ogni giorno». Il papiro con i due Vangeli del 200 è anche la più recente acquisizione della Biblioteca: proviene dall'Egitto, ed è il dono di un americano che l'ha rilevato apposta da una famosa collezione tedesca, «è arrivato dieci anni fa»; ora costituisce la controcopertina di uno spesso volume appena completato, edito in più lingue, che Jaca Book ha offerto al prefetto della Biblioteca, l'ex numero due di monsignor Gianfranco Ravasi a Milano, Cesare Pasini (La Biblioteca apostolica vaticana, sei autori, 352 pag., grande formato, tantissime illustrazioni, 130 euro). Per l'occasione, si mostrano alcuni tesori. E eccezionalmente, ecco anche il Codice B d'età costantiniana, con tutto il testo della Bibbia; o quella miniata dell'età di Dante, i cui capilettera precedono perfino Giotto: «Ogni foglio era la pancia di un animale»; la Geografia di Tolomeo, da Alessandria; altre opere uniche al mondo. E con loro, i libri: in una delle sale di lettura, chi lavora ha accesso a 80 mila tomi e può consultarne sei al giorno, non è possibile nemmeno in tante delle nostre biblioteche. Le sale di studio, non quella nuova cui provvede Paolo Portoghesi, le ha volute Leone XIII; il papa del Sillabo: quello che ha aperto anche gli archivi agli studiosi. Si vede bene che, per lavorare, il luogo è invidiabile; c'è anche una rete intranet, per avere tutti i supporti in diretta e, per chi non giunga con il proprio, una serie di postazioni di computer. «I tempi cambiano; sono arrivato nel 1991, e qui non c'erano donne al lavoro; ora, sono un terzo», dice ancora Manfredi, sotto lo stemma (un'aquila) di Sisto V Peretti, soprannominato «fontifex» dal popolo, perché porta l'acqua alla sua grande villa Montalto (dove ora è la stazione Termini), e al Gianicolo ne fa costruire l'imponente mostra commemorativa. «Una biblioteca umanistica, la cui missione continua ancor oggi», dice il prefetto Pasini, lontano successore di quel Platina ancora immortalato in un quadro tra i più belli di Melozzo da Forlì; e parla dei «frammenti di verità e di bellezza» che essa custodisce e offre, almeno a chi studi; racconta di «valori», per fortuna, intramontabili. Una visita assai rara, nel cuore di un patrimonio assoluto. Ora, salvaguardato anche in modo e con criteri tra i più moderni possibile: che sia un altro primato?