Venezia E' FAMOSO fin da giovane (a 25 anni, le prime committenze pubbliche assai importanti), ma se n'ignora perfino il vero cognome: quello di Caliari, infatti, compare solo quando ne aveva 27; è sepolto nella chiesa di San Sebastiano, dove ha dipinto, lui evidentemente originario di Verona, le prime opere veneziane; è l'artista che, spartendosi i committenti con Tintoretto (a lui, le grandi famiglie; a quest'ultimo, chiese e confraternite), surroga un ormai vecchio Tiziano, il quale, alla fine, lavorerà solo per Filippo II, il re di Spagna; è un innovatore assoluto, che non deriva (a quanto si sa) da alcuna scuola e nessun maestro; i suoi splendori, i banchetti, le epifanie del potere, le dame imperlate con un seno sempre pronto a mostrarsi, il virtuosismo teatrale sono alla base del "mito di Venezia"; giunge, nel '500, ad anticipare già il barocco, e certe sue ninfe sembrano quasi progenitrici delle Bagnanti di Cézanne: con Veronese, miti, ritratti, allegorie , Venezia celebra un campione di quel "gran secolo" in cui la città vanta una concentrazione di maestri assoluti quale nessun'altra mai. L'esposizione (fino al 29 maggio, catalogo Skira) arriva da Parigi (Musée du Luxembourg), ma con ampie varianti; offre la produzione profana e mondana dell'artista: un itinerario che solo qui si può completare anche con la sua pittura più "politica" (a Palazzo Ducale o nella Libreria di Sansovino) e con quella religiosa, sparsa in una dozzina di chiese, quasi tutte visitabili grazie all'organizzazione di Chorus; in più, a Palazzo Correr che la ospita (l'edizione italiana è curata da Giandomenico Romanelli e Claudio Strinati), inaugura un'ala restaurata da Napoleone per far parte della sua reggia in laguna, finora destinata ad uffici: gran bel recupero di quattro nuove sale, che riusciranno assai utili ad una città capace di organizzare, ogni anno, 1.500 eventi culturali. Dunque, non è il Paolo Caliari (1528-88) delle vaste pale d'altare, del Convito in casa Levi (esposto alle Gallerie dell'Accademia) per cui fu processato, o le Nozze di Cana , che Napoleone volle al Louvre con un trasporto rimasto giustamente famoso anche per quanto enfatico; è il Veronese dei Barbaro (ne affresca la palladiana villa di Maser), dei Contarini, Giustinian, Soranzo e Pisani, di cui uno, Francesco, «pretende perfino d'accompagnare la reale famiglia persiana, composta peraltro dalla sua signora e da tre figlie in età a scalare», come spiega Augusto Gentili, ed è La famiglia di Dario davanti ad Alessandro , venduto (è a Londra, National Gallery) perché le due figlie non se lo litigassero nell'eredità. La famiglia di Dario non è in mostra; ma ci sono molti degli altri nobili committenti. Veronese traveste da mito la ricchissima società d'allora: forse, l'acme dello splendore politico della Serenissima se ne stava già andando, ma quello artistico (pittura, musica) era invece al culmine; ed ecco le Veneri e le Susanne che «sono tutte gentildonne veneziane: dipinti certo eseguiti per dei matrimoni, come i fili di perle, i bracciali, le acconciature dimostrano», spiega sempre Gentili; ecco le allegorie, ormai sparse nei musei del mondo (le 32 tele in mostra provengono da una ventina di loro); i tanti Trionfi di Venezia ; la teoria dei ritratti, e Agostino Barbarigo, capitan de mar , comandante della flotta, mostra la freccia che l'ha ucciso a Lepanto, entrandogli nell'occhio. Spesso, Veronese modifica la realtà: «Nel delizioso, e lezioso, Marte e Venere con Amore , della Sabauda di Torino, alle spalle dei due protagonisti fa capolino un cavallo, che è irrealmente sospeso nel vuoto», annota Gentili; e spesso, non gli rende giustizia il titolo apposto ai suoi dipinti: arriva dal Prado un Giovane tra il vizio e la virtù , in cui il vizio c'entra assai poco: è solo «un giovane bene che rifiuta palesemente la vita coniugale per dedicarsi chissà se agli studi, o alla carriera ecclesiastica». La Lucrezia del Kunsthistorisches di Vienna è una nobile e ricca, che ostenta tutti i suoi gioielli; Marte che spoglia Venere di Edimburgo, è un dipinto assai sensuale, ma Venere è un'altra dama veneziana (s)vestita di un bel broccato; e vicino a loro, un tale della famiglia Soranzo, un Contarini e un Iseppo da Porto, perfino un orafo, Hans Jacob Kinig, allora assai famoso; e, da Pietroburgo, un Autoritratto (come tale lo individua Irina Artemieva) che ci mostra un bel viso barbuto. «Non avendo ancora più di trent'anni, ha fatto molte opere notevoli», scriveva di lui Vasari; le sue opere provocavano a Berenson «un appagamento così pieno e perfetto, che me ne sento preso in tutto il mio essere». Ormai, di tanti suoi gentiluomini, magari in pelliccia di lince, ignoriamo il nome, e tante storie che lui racconta per allegorie restano prive di un soggetto riconoscibile; ma resta il clima sfarzoso dell'epoca: «Uomini illustri del passato, quelli dei miti, presi a modello per uomini più o meno illustri del presente; insomma, l'autorità in funzione dell'attualità», conclude Gentili. E la Venezia delle dame: spesso con un cagnolino accanto ad indicare la fedeltà, ma sempre pronte a mostrare un gran bel petto peraltro ignudo.