Qualche anno prima della (infelicissima) riforma del Titolo V della Costituzione, rispondendo allora alle critiche di chi avrebbe voluto più decentramento, Michele Ainis (che faceva parte della commissione Cheli che doveva varare il Testo Unico dei Beni culturali e del paesaggio, poi soppiantato dal Codice Urbani) notava: «Nel decreto non v'è traccia di decentramento quanto alla protezione del nostro patrimonio culturale; tutto rimane saldamente nelle mani dello Stato, ed anzi si tratta di "funzione riservata", ai sensi dell'art. 149. Da qui proteste e contumelie, in primo luogo e com'è ovvio da parte dei politici locali e regionali. Non di tutti, per la verità, e non sempre ad alta voce: perché c'è anche chi ha capito che si tratta d'una competenza scomoda, che le misure prese a salvaguardia del patrimonio storico ed artistico limitano e delimitano la proprietà privata, e insomma non creano consensi ma piuttosto offendono interessi. Ecco perché difficilmente l'azione di tutela può venire perseguita con il rigore necessario dalle amministrazioni locali, che sono poi le più vicine a chi subisce il vincolo.... E del resto, vogliamo davvero decentrare la tutela? Bene, facciamolo pure; ma allora decentriamo anche polizia e magistratura, creiamo corpi separati di carabinieri e giudici, giacché la difesa dei beni culturali risponde alla medesima esigenza, ed anzi tende a preservare l'integrità della nostra maggiore ricchezza nazionale». Ognuna di queste puntuali osservazioni vale, quasi a maggior ragione, per il paesaggio, unito al patrimonio storico e artistico dalla storia, e poi anche dalla Costituzione e dalla legge. Quali siano i danni di quella che Concetto Marchesi antevide, durante i lavori della Costituente, come una vera e propria «raffica regionalistica» lo dimostra bene il nascente piano paesistico della Regione Campania. Che, nella miope e vana speranza di far ripartire l'economia aprendo la gabbia della cementificazione, rischia di bruciare le occasioni non solo di questa generazione, ma anche delle prossime.
Regionalismo insensato
Michele Ainis, allora membro della commissione Cheli, criticava il Testo Unico dei Beni culturali e del paesaggio, che non prevedeva decentramento nella protezione del patrimonio culturale. La riforma fu oggetto di proteste, soprattutto da parte dei politici locali e regionali. Alcuni politici, invece, capirono che la tutela del patrimonio culturale era una competenza scomoda che limitava la proprietà privata. Ainis suggeriva di decentrare la tutela, ma anche di decentrare la polizia e la magistratura. Questa idea fu applicata nel piano paesistico della Regione Campania, che rischiò di bruciare le occasioni di sviluppo economico.
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